Meloni registra il marchio vocale «Io sono Giorgia» contro i deepfake
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Redazione Interno
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La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha depositato presso l'Euipo, l'Ufficio dell'Unione europea per la proprietà intellettuale, una registrazione audio di quattro secondi in cui pronuncia la frase «Io sono Giorgia Meloni». La domanda, confermata da fonti di Palazzo Chigi, risulta «oggetto di esame» e trasforma il timbro vocale della premier in un marchio sonoro destinato a proteggerla dalle clonazioni realizzate con l'intelligenza artificiale.
Un timbro diventa un bene giuridico
A differenza del diritto d'autore, che tutela il contenuto di un'opera, il deposito come marchio sonoro protegge la combinazione acustica, l'inflessione e le frequenze che rendono riconoscibile una voce. Lo strumento offre a Meloni un fondamento normativo per perseguire l'uso non autorizzato di software capaci di sintetizzare il suo timbro e attribuirle dichiarazioni mai pronunciate.
La scelta di registrare proprio la frase «Io sono Giorgia» non è casuale: quelle quattro parole, pronunciate a un comizio del 2019, sono diventate un meme virale e costituiscono l'espressione più identificativa della premier nel discorso pubblico.
La registrazione assume una valenza preventiva in vista delle prossime scadenze elettorali, che si preannunciano segnate in modo strutturale dall'impiego dell'intelligenza artificiale generativa. Disponendo di un marchio sonoro registrato, la presidente del Consiglio potrà avvalersi di uno strumento di rimozione immediata per imporre alle piattaforme social la cancellazione tempestiva di eventuali audio clonati.
La clonazione vocale a basso costo
Una traccia vocale sintetica è oggi in grado di replicare fedelmente sfumature, intonazione e timbro di una persona reale a partire da tre secondi di registrazione autentica. I costi sono contenuti, talvolta intorno ai 30 euro, e i sistemi di intelligenza artificiale generativa hanno reso accessibili strumenti sofisticati un tempo appannaggio di laboratori specializzati. L'evoluzione tecnologica offre da un lato applicazioni di accessibilità per chi ha perso l'uso della parola, dall'altro ridisegna le frontiere del cybercrimine e delle truffe.
Nel 2024, secondo i dati della Polizia postale, il fenomeno dei deepfake e delle truffe correlate ha generato un giro d'affari illegale di oltre 110 milioni di euro, considerando le somme versate inconsapevolmente dalle vittime.
Le regole europee sulla trasparenza
Il quadro normativo di riferimento è il regolamento europeo sull'intelligenza artificiale, entrato in vigore il 1° agosto 2024 con applicazione scaglionata nel tempo. Dal 2 agosto 2026 sono operative le disposizioni sulla trasparenza dei contenuti generati: le immagini, gli audio e i video che riproducono persone esistenti devono essere chiaramente etichettati e accompagnati da marcatori leggibili dalle macchine, così da renderne riconoscibile l'origine sintetica. Le medesime regole impongono ai chatbot di dichiarare agli utenti di non essere esseri umani.
Le sanzioni previste per le aziende inadempienti possono raggiungere i 15 milioni di euro o il 3% del fatturato annuo globale.
Il vuoto normativo italiano e le nuove fattispecie penali
L'Italia ha colmato solo di recente parte del ritardo legislativo. La legge approvata il 23 settembre 2025 ha introdotto nel codice penale l'articolo 612-quater, che punisce con la reclusione da uno a cinque anni chiunque cagioni un danno ingiusto a una persona mediante la diffusione non consensuale di contenuti generati o manipolati con sistemi di intelligenza artificiale e idonei a trarre in inganno sulla loro genuinità.
La stessa legge ha stabilito che le opere create con l'ausilio dell'intelligenza artificiale possono accedere alla protezione del diritto d'autore solo se costituiscono il risultato del lavoro intellettuale umano, modificando in tal senso la legge sul diritto d'autore con l'inserimento esplicito dell'aggettivo «umano» accanto alle «opere dell'ingegno».
Sul fronte preventivo, il Parlamento discute proposte che introducono l'obbligo di marcatura esplicita dei contenuti deepfake e la conservazione dei registri informatici per almeno dodici mesi a carico dei fornitori di sistemi di intelligenza artificiale. Il disegno di legge prevede inoltre aggravamenti di pena quando i contenuti manipolati abbiano carattere sessualmente esplicito o siano realizzati ai danni di minori e soggetti vulnerabili.
Le mosse degli altri Paesi europei
A livello europeo, su proposta della Spagna e con il sostegno di Francia, Germania, Irlanda, Slovenia, Belgio, Slovacchia e Ungheria, il Consiglio dell'Unione ha approvato l'inserimento nel regolamento sull'intelligenza artificiale di un divieto esplicito per i sistemi capaci di generare deepfake sessuali non consensuali e materiale di abuso su minori. Il divieto, concordato in sede di trilogo tra Parlamento, Consiglio e Commissione, entrerà in applicazione dal 2 dicembre 2026.
A Roma, l'Assemblea Capitolina ha approvato all'unanimità il 14 ottobre 2025 una mozione che impegna il sindaco e la giunta a predisporre un regolamento per tutelare i residenti dall'uso non consensuale della propria immagine e voce attraverso l'intelligenza artificiale, ad attivare uno sportello pubblico per la segnalazione di contenuti lesivi e a istituire un tavolo tecnico permanente sull'impatto dell'intelligenza artificiale in ambito urbano.
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