Ghali e Clementino: "Il rap è morto, il silenzio sulla Palestina è complice"
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Nel giorno dello sciopero nazionale per la Global Sumud Flotilla, due voci fuori dal coro del rap italiano hanno lanciato un’accusa che, per la sua durezza, ha immediatamente infiammato il dibattito sui social network. Ghali e Clementino, con toni che non ammettono repliche, hanno attaccato frontalmente tutti i colleghi rapper che scelgono di non prendere posizione riguardo al conflitto israelo-palestinese, definendo il loro silenzio non solo un tradimento della natura stessa del genere musicale, ma un atto di complicità morale.
L’attacco di Ghali: "Il rap è ufficialmente morto"
Ghali ha affidato a un lungo post sui suoi profili social un j’accuse articolato e senza appello. “Il rap è ufficialmente morto. Il silenzio dei rapper ha ucciso il genere”, ha scritto, in una frase che è subito rimbalzata in migliaia di condivisioni. La sua critica, che va ben oltre la semplice constatazione estetica, si spinge a tacciare di viltà chi, per calcolo o per indifferenza, preferisce non esporsi. “Qualsiasi artista che millanta di essere un rapper e usa un sacco di parole per riempire le strofe ma non dice un cazzo sulla Palestina non può definirsi tale”, ha aggiunto, lasciando intendere che il presunto tradimento abbia una matrice commerciale, dettata dalla paura di perdere sponsor e consensi.
L’allineamento di Clementino
La posizione di Clementino, sebbene espressa con altrettanta veemenza, si è allineata a quella del collega, rafforzando il concetto che l’astensione equivalga a una scelta di campo precisa. L’idea che emerge potentemente dalle loro dichiarazioni è che, in un contesto storico segnato da quello che loro definiscono senza mezzi termini un “genocidio”, l’assenza di una presa di posizione pubblica non costituisca più una opzione neutrale.
Il silenzio come complicità
Il loro ragionamento, che molti hanno trovato spietato ma coerente con le origini di protesta del rap, poggia sull’assioma per cui il silenzio di fronte a un’ingiustizia di tali proporzioni finirebbe per avvantaggiare, di fatto, la parte ritenuta responsabile della violenza. La loro non è una semplice opinione, ma un atto d’accusa che costringe a una riflessione sulle responsabilità di chi, avendo un palcoscenico, decide di non usarlo.
La polemica sulla funzione sociale del rap
La polemica solleva una questione di fondo sulla funzione sociale dell’artista e, in particolare, del musicista rap. Se da un lato c’è chi ritiene che la musica non debba necessariamente farsi carico di battaglie politiche, dall’altro la provocazione di Ghali e Clementino ricorda come questo genere abbia costruito la sua stessa ragion d’essere sulla denuncia e sulla rappresentazione del disagio.




