“MilleunaCover”, l’operazione nostalgia di Conti non decolla: il pubblico si aspettava uno show, la Rai manda in onda un “non-show”

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Venerdì 8 maggio 2026 su Rai 1 è andato in scena “MilleunaCover Sanremo”, il nuovo programma che avrebbe dovuto celebrare uno dei momenti più amati del Festival: quello delle cover e dei duetti. L’attesa, alimentata da una campagna promozionale con il volto di Carlo Conti, era quella di un grande evento in prima serata, capace magari di regalare quelle emozioni che solo il palco dell’Ariston sa regalare. Invece, nel momento in cui il pubblico ha acceso il televisore, si è trovato di fronte a qualcosa di molto diverso, ovvero a un montaggio di filmati d’archivio, condito da sporadici interventi preregistrati del conduttore fiorentino. Il risultato, se si guarda ai numeri, è stato un vero e proprio tonfo: appena 1.926.000 spettatori, pari a un deludente 13.4% di share. Un dato che non solo è lontano dai fasti della kermesse canora, ma che ha decretato la sconfitta della rete ammiraglia, superata di netto da Canale 5 con il “Grande Fratello Vip” (16.2%).

Un collage di ricordi al posto della diretta: la rabbia del web e la formula “Techetechetè”

La delusione, va detto, ha trovato immediatamente sfogo sui social network, dove i commenti infuriati non si sono fatti attendere. L’errore di valutazione principale, stando alle proteste, è stato il format scelto dalla dirigenza Rai, definito da più parti come un semplice “taglia e cuci”. In pratica, la trasmissione, che molti spettatori credevono essere in diretta o comunque basata su nuovi contenuti, si è rivelata una lunga sequenza di esibizioni pescate dagli archivi delle passate edizioni, quasi una sorta di gigantesco “Techetechetè” a tema musicale. Una scelta, questa, che ha spiazzato non poco chi si aspettava di vedere i cantanti in carne e ossa o quantomeno una conduzione tradizionale. Perché, come è stato giustamente notato, se da un lato rivedere pezzi di storia come il medley tra Gianni Morandi e Jovanotti o la toccante “A mano a mano” di Elodie e Achille Lauro ha un suo fascino nostalgico -7, dall’altro la sensazione è stata quella di assistere a un prodotto pigro, costruito evidentemente per riempire il palinsesto a basso costo.

L’effetto Conti: un conduttore “nascosto” tra le pieghe del Palazzo e la promozione silenziosa del futuro Festival

Ma a far storcere il naso non è stata solo la natura “riciclata” delle immagini. C’è anche un dettaglio stilistico non trascurabile che riguarda direttamente la conduzione. Carlo Conti, il cui volto campeggiava in primo piano sulle locandine per attirare il pubblico, è letteralmente scomparso dal video dopo una breve introduzione, limitandosi a fare da “voce narrante” in alcuni spezzoni girati in uno stanzino. Una presenza, quella del popolare conduttore, talmente evanescente da spingere molti telespettatori a chiedersi dove fosse finito; un azzeramento del suo ruolo che ha fatto emergere una domanda di fondo: cosa stava succedendo veramente dietro le quinte? La sensazione, leggendo tra le righe del prodotto finito, è che questa operazione commerciale servisse più a preparare il terreno per la prossima edizione del Festival che a intrattenere davvero chi era davanti alla tv. Visto che la prossima kermesse è ufficialmente nelle mani di Stefano De Martino ormai da qualche mese, la presenza di Conti in questo contesto appare come un ponte prolungato, un modo per non disperdere l’attenzione in attesa del nuovo corso.

L’analisi dei contenuti: quando la qualità della musica non basta per salvare un format debole

Lasciando da parte per un attimo la critica sulla confezione, è doveroso riconoscere che la colonna sonora della serata era di livello assolutamente alto. La scaletta, che spaziava dai momenti iconici del 2015 fino alle ultime edizioni, ha riproposto alcune perle destinate a rimanere nella storia della musica leggera italiana. Si è passati dallo swing di Ditonellapiaga e Tony Pitony alla trasformazione di “Se telefonando” operata da Nek, passando per generazioni a confronto come quelle di Alfa con Roberto Vecchioni. Pezzi, questi, che da soli varrebbero il prezzo del biglietto se fosse stato un concerto, ma che in un contenitore televisivo di prima serata hanno mostrato tutti i loro limiti. Il problema, in sostanza, non è stata la musica, ma la narrazione. Un collage di questi gioielli, privi di un contesto vivo, di un filo conduttore dinamico e di quell’interazione spontanea che solo il “live” può dare, rischia di trasformarsi in un piatto freddo, per quanto siano pregiati gli ingredienti che lo compongono.

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