Mps al bivio: il CdA gela Intesa Sanpaolo e apre a Banco Bpm

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il consiglio di amministrazione di Banca Monte dei Paschi di Siena ha ufficialmente preso posizione, gettando le basi per una partita che si preannuncia tra le più complesse del risiko bancario italiano. All'indomani di una riunione del board che ha tenuto banco per l'intera giornata, l'istituto senese ha risposto all'offerta pubblica di acquisto e scambio (Opas) lanciata da Intesa Sanpaolo, esprimendo forti riserve sui termini della proposta e, allo stesso tempo, aprendo un canale di dialogo (ancora tutto da scrivere) con Banco Bpm.

Le valutazioni di Rocca Salimbeni, quindi, disegnano uno scenario duale: da un lato, la freddezza nei confronti di Piazza Affari, dove si giudica l'operazione non sufficientemente remunerativa; dall'altro, un cauto interesse per la pista alternativa proposta da Piazza Meda, che però al momento rimane un'ipotesi ancora priva di dettagli sostanziali e che dovrà superare numerosi scogli tecnici e finanziari.

Premio giudicato "contenuto" e sinergie sotto la lente d'ingrandimento

Il primo e più pesante rilievo del CdA di Mps riguarda il profilo valutativo dell'Opas da circa 30,6 miliardi di euro presentata da Carlo Messina. Secondo la nota ufficiale diffusa al termine della riunione, il corrispettivo offerto – pari a 1,6 azioni Intesa di nuova emissione più un euro in contanti per ogni titolo Mps – incorporerebbe un premio del 12,5% rispetto al prezzo precedente l'annuncio dell'operazione.

Un valore, questo, che il board senese giudica "inferiore al livello medio di premio osservato in offerte pubbliche volontarie di acquisto e/o scambio comparabili nel settore bancario italiano", il quale si attesta mediamente intorno al 30%.

A queste perplessità si aggiunge un'altra criticità di non poco conto: sulla base dei prezzi ufficiali registrati al 15 luglio, il corrispettivo offerto da Intesa esprimerebbe addirittura uno sconto di circa il 3,3% rispetto al prezzo di mercato dell'azione Mps; uno sconto che, in virtù del dividendo interim che Ca' de Sass ha programmato per novembre, si amplierebbe ulteriormente fino a toccare il 6,2%.

Il consiglio, presieduto da Cesare Bisoni, ha poi spostato il mirino sulla creazione di valore prospettata dall'offerente, mettendo in discussione la sostenibilità e la realizzabilità delle sinergie annunciate da Intesa Sanpaolo, stimate in circa 2,9 miliardi di euro annui (di cui 1,4 miliardi derivanti dall'incremento dei ricavi e 1,5 miliardi dalla riduzione dei costi).

Secondo il management di Siena, la dimensione di questi benefici appare "elevata rispetto alla dimensione economica del perimetro MPS" oggetto della combinazione e risulta superiore ai benchmark osservati in operazioni di aggregazione comparabili.

È stato inoltre rilevato un profondo disallineamento tra il peso relativo che la banca avrebbe all'interno del nuovo gruppo e la partecipazione riconosciuta ai propri azionisti: sebbene Mps contribuisca a circa il 34% del patrimonio netto tangibile combinato, l'offerta di Intesa riserverebbe agli azionisti senesi una quota del capitale del nuovo istituto pari a soltanto il 22%.

Il nodo del "break-up", l'incognita Unipol e i rischi regolamentari

Oltre ai profili prettamente finanziari, il CdA di Rocca Salimbeni ha sollevato obiezioni di natura industriale e strategica, puntando il dito contro quella che viene definita la "disaggregazione" del gruppo. L'operazione prevede infatti che una parte consistente delle attività di Mps venga ceduta a Unipol, con il trasferimento di circa 635 filiali, di una quota rilevante della clientela e dello stesso storico marchio Montepaschi.

Un'eventualità che, come si legge nel comunicato del board, potrebbe compromettere il modello di banca di prossimità radicato nei territori, il rapporto con famiglie e imprese, e il ruolo di punto di riferimento per il tessuto economico e sociale delle aree in cui l'istituto è storicamente presente.

A ciò si aggiunge la valutazione negativa sull'accordo con Unipol, il cui corrispettivo, secondo il CdA, implicherebbe multipli P/E inferiori alla media del settore, lasciando aperti interrogativi sulla reale distribuzione del valore complessivo dell'operazione e sul premio riconosciuto agli azionisti di Siena.

Non meno rilevanti sono le incertezze di carattere regolamentare che gravano sull'offerta di Intesa. Il CdA ha evidenziato i rischi legati al via libera dell'Antitrust, in un contesto di ulteriore concentrazione del mercato bancario italiano, e ha sottolineato le criticità connesse alla partecipazione in Assicurazioni Generali detenuta tramite Mediobanca.

In particolare, l'applicazione del cosiddetto Danish Compromise – un beneficio patrimoniale prospettato da Intesa – dipende dall'approvazione delle autorità di vigilanza e non può essere considerata un'acquisizione, trattandosi di un presupposto regolamentare complesso e tutt'altro che scontato.

Infine, il board ha rilevato come il total shareholder return registrato da Intesa Sanpaolo dal 2023 a oggi sia risultato inferiore a quello del settore bancario nel suo complesso e a quello dello stesso Mps, lasciando intendere che l'esposizione al titolo dell'offerente potrebbe non essere la scelta più vantaggiosa per i propri azionisti.

Apertura a Banco Bpm: la strada per una "fusione tra pari"

Di segno diametralmente opposto è invece il tono riservato dal CdA alla proposta di aggregazione avanzata da Banco Bpm, guidata da Giuseppe Castagna. Sebbene l'ipotesi sia ancora in una fase di definizione e manchi di una struttura completa, il board senese l'ha giudicata meritevole di un approfondimento "completo e rigoroso".

Il motivo di questo interesse va ricercato nella filosofia che sta alla base del progetto di Piazza Meda: a differenza dello schema prospettato da Intesa, la proposta di Banco Bpm si fonda sulla valorizzazione dell'intero perimetro di Mps e non presuppone la disaggregazione delle attività, della rete distributiva e del marchio della banca. Un elemento, questo, che per il consiglio di amministrazione rappresenta un valore aggiunto in grado di preservare l'identità storica dell'istituto e il suo legame con i territori.

Tuttavia, la strada verso un'intesa tra le due banche è in salita e presenta ostacoli significativi: la differenza di capitalizzazione tra i due istituti (Mps vale oggi circa 34,9 miliardi di euro, mentre Banco Bpm è valutata circa 23,5 miliardi) rende complessa l'ipotesi di una fusione tra pari, costringendo le parti a trovare complesse formule di riequilibrio.

Il consiglio di amministrazione, ribadita la validità del proprio piano strategico e del percorso di integrazione con Mediobanca, ha quindi deciso di procedere con le analisi tecniche sulla proposta del Banco, con il supporto dei propri advisor, per valutarne la sostenibilità finanziaria, gli impatti patrimoniali e la capacità di generare valore nel medio-lungo termine.

In attesa di sviluppi, la posizione di Intesa Sanpaolo rimane ferma: il suo amministratore delegato, Carlo Messina, ha difeso la congruità economica dell'operazione escludendo, al momento, la possibilità di un rilancio al rialzo.

La palla, ora, passa agli azionisti e ai prossimi passaggi formali, con il tempo che gioca un ruolo cruciale: eventuali contromosse o nuovi scenari dovranno probabilmente concretizzarsi prima della pubblicazione dei conti semestrali di Mps, prevista per il 7 agosto, per poter consentire la convocazione di assemblee straordinarie in tempi utili.

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