La missione di Rubio in India: strette di mano, il Taj Mahal e i nodi (ancora) irrisolti di una relazione strategica
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Il segretario di Stato americano, Marco Rubio, è atterrato a Nuova Delhi nel tentativo di ricucire uno strappo diplomatico che, negli ultimi mesi, aveva allontanato due alleati tradizionalmente vicini.
L’incontro con il primo ministro indiano, Narendra Modi, avvenuto sabato, è stato il primo vero banco di prova per una amministrazione Trump che, dopo un anno di ritorno alla Casa Bianca, cerca di ridisegnare gli equilibri in Asia senza però rinunciare ai dazi e alle pressioni commerciali che ne hanno caratterizzato il primo mandato.
Rubio, nel corso del colloquio, ha formalmente invitato Modi a far visita al presidente Trump, un gesto che i comunicati ufficiali descrivono come «un rafforzamento del partenariato strategico fondato su valori democratici condivisi». La realtà, tuttavia, è più complessa: New Delhi guarda con crescente nervosismo al riavvicinamento tra Washington e Pechino (gli Stati Uniti e la Cina che si definiscono una "G2"), e teme di essere relegata a un ruolo subalterno proprio mentre Trump minaccia una guerra commerciale su vasta scala.
Il lato soft della diplomazia: tra bagni di folla e meraviglie del mondo
A spezzare la rigidità delle agende istituzionali ci ha pensato, come spesso accade, il soft power. Il segretario di Stato, che per prassi evita i tour turistici, ha fatto un’eccezione recandosi lunedì ad Agra per visitare, insieme alla moglie Jeanette, il Taj Mahal. Sotto un sole cocente che sfiorava i 40 gradi, Rubio ha descritto il mausoleo come «uno dei tesori d’amore del mondo», posando per una foto ricordo sulla celebre panchina dove nel 1992 si sedette Lady Diana.
La scelta di Rubio – il primo segretario di Stato americano a concedersi una tale pausa in India – non è però casuale: mostrare rispetto per la cultura che si ospita, ha spiegato, è parte integrante della missione, e l’immagine del diplomatico in maniche di camicia accanto all’ambasciatore americano a Nuova Delhi, Sergio Gor, serve a mandare un messaggio di distensione anche agli elettori indiani in America.
Il nodo Iran e il ruolo (scomodo) del Pakistan
Sullo sfondo di queste strette di mano, tuttavia, restano aperti dei dossier caldi che rischiano di minare la ritrovata intesa. Il primo riguarda l’Iran e la guerra in corso: mentre Rubio posava per le foto, l’amministrazione Trump è impegnata in delicate trattative per un cessate il fuoco, negoziati in cui il Pakistan ha assunto un ruolo inaspettato di mediatore tra Washington e Teheran. Questo attivismo di Islamabad ha tradizionalmente messo a disagio l’India, storica rivale del Pakistan.
Eppure, interrogato in merito, Rubio ha voluto smontare la possibile polemica: «L’India è sempre preoccupata per i gruppi terroristici che operano dal territorio pakistano – ha dichiarato il segretario – ma il ruolo del Pakistan come mediatore nella crisi iraniana non è mai emerso nei colloqui. Il problema dell’India con Islamabad è un altro, ed è legato al terrorismo transfrontaliero». Una dichiarazione, quest’ultima, che è stata letta come un messaggio rassicurante per Modi, il quale non vuole che il dialogo tra Trump e l’Iran passi attraverso una rivalutazione geopolitica del Pakistan.
Affari e dazi: l’incognita dei 500 miliardi di dollari
Il vero banco di prova della visita, però, resta quello economico. Nonostante le dichiarazioni roboanti di Rubio – che su X ha ringraziato l’ambasciatore Gor per aver ottenuto dall’India l’impegno ad acquistare beni americani per 500 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni (con un focus su energia, tecnologia e agricoltura) – la strada per un accordo commerciale è ancora tutta in salita.
L’India, che importa quasi il 90% del suo greggio, è restia a chiudere le porte alle forniture russe, e il ministro degli Esteri indiano, Subrahmanyam Jaishankar, ha ribadito con chiarezza che Nuova Delhi continuerà a comprare petrolio dove costa meno, senza farsi intimidire dalle pressioni occidentali. La visita di Rubio, in conclusione, getta le basi per un riavvicinamento più solido – e la partecipazione al vertice del Quad di martedì con Australia e Giappone ne è la prova – ma lascia ancora sul tavolo la questione più spinosa: quanto costa, davvero, essere alleati di Trump?




