Trump accusa la Cina per i dati degli elettori e rilancia lo scontro sul voto Usa
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Redazione Esteri
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C'è un dato che colpisce più di ogni altro, nel discorso alla nazione di Donald Trump. Il presidente non ha atteso il risultato delle elezioni di medio termine, che si terranno a novembre, per denunciare presunti brogli. Ha iniziato prima, molto prima, gettando già da ora ombre sulla legittimità del prossimo voto.
Le ultime notizie riguardano un intervento di oltre trenta minuti, trasmesso in prime time dalla Casa Bianca, in cui il presidente ha sostenuto che la Cina avrebbe sottratto i dati di 220 milioni di elettori americani, parlando della “più grande violazione di dati elettorali della storia” e accusando gli apparati dello Stato di aver nascosto la verità. "Secondo un'analisi del Dipartimento per la Sicurezza Interna, basata sugli elenchi elettorali statali e sui registri pubblici, sono stati individuati circa 278. 000 non cittadini registrati per votare alle elezioni federali", ha dichiarato Trump, aggiungendo che "il numero reale è in realtà molto più elevato".
Le accuse di Trump e i documenti declassificati
Nel suo intervento, il presidente ha puntato il dito contro quelle che ha definito falle nel sistema di voto, annunciando la diffusione di documenti precedentemente secretati relativi alle elezioni del 2020 e del 2018. Trump ha accusato la Cina di aver messo in atto quella che lui stesso ha definito la "più grande violazione di dati elettorali della storia", sostenendo che Pechino avrebbe avuto accesso ai dati personali di milioni di elettori statunitensi.
Il presidente ha parlato di "shocking vulnerabilities" (vulnerabilità scioccanti) nel sistema elettorale americano, sostenendo che le macchine per il voto sono "estremamente esposte" a interferenze da parte di avversari stranieri, tra cui Russia, Cina e Iran. Ma le accuse, per quanto gravi, non sono state suffragate da prove concrete, e molti osservatori hanno notato come i documenti declassificati e pubblicati online durante il discorso non supportassero pienamente le affermazioni del presidente.
Il peso della sfiducia e le verifiche dell'intelligence
La vera questione, in realtà, non è tanto se la Cina abbia violato o meno le banche dati elettorali, una circostanza che richiederebbe verifiche rigorose e indipendenti, quanto un'altra, più profonda. La domanda decisiva è se il presidente degli Stati Uniti accetterà il verdetto delle urne, qualunque esso sia.
Trump non si limita a denunciare una vulnerabilità informatica – tema certamente serio – ma collega quella vicenda alla legittimità dell'intero sistema democratico americano, tornando a evocare il "Deep State" e parlando di apparati che avrebbero cospirato contro di lui. È importante notare che queste affermazioni contraddicono le precedenti valutazioni dell'intelligence americana.
Un rapporto del 2021 dell'Ufficio del Direttore dell'Intelligence Nazionale, condotto sotto l'amministrazione Trump, aveva concluso con "alta fiducia" che la Cina non aveva interferito nelle elezioni del 2020 per cambiarne l'esito, e che non vi erano indicazioni che attori stranieri avessero alterato il voto, le registrazioni o lo scrutinio. Anche le indagini giudiziarie e le verifiche indipendenti hanno ripetutamente smentito le accuse di frodi diffuse.
La strategia preventiva e lo scontro politico
Per molti osservatori americani, le parole di Trump vanno lette come una possibile strategia preventiva: mettere in discussione la credibilità del voto prima ancora che gli elettori si esprimano. A tre mesi dalle elezioni di medio termine, che determineranno il controllo del Congresso, il discorso del presidente arriva in un momento di calo di consenso e serve a preparare il terreno per una possibile contestazione del risultato.
Il rimedio indicato da Trump è il "Save America Act", una legge bloccata al Senato da mesi, che limiterebbe il voto per corrispondenza e richiederebbe maggiori documenti per l'iscrizione ai registri elettorali, una misura che molti analisti ritengono penalizzi parte dell'elettorato democratico.
La Casa Bianca ha quindi usato il discorso per aumentare la pressione sul Congresso, chiedendo l'approvazione della legge, mentre i democratici, attraverso le parole del senatore Chuck Schumer, hanno accusato Trump di voler minare la fiducia nelle istituzioni democratiche per scoraggiare gli elettori dall'andare alle urne.




