L’esplosione nel casale abbandonato, i corpi sotto le macerie e il filo che porta all’area anarchica insurrezionalista
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Redazione Interno
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Il boato, nel primo pomeriggio di venerdì 20 marzo, ha rotto il silenzio di un angolo di Roma che di silenzio, per sua natura, ne ha sempre avuto tanto. Quel silenzio, però, ora è stato sostituito dalle lamiere contorte e dai calcinacci del “Casale del Sellaretto”, una struttura dimenticata nel parco degli Acquedotti, da anni rifugio occasionale per senzatetto ma diventata, nelle ultime ore, il teatro di una deflagrazione fatale. Quando i soccorritori sono riusciti a rimuovere le macerie, sotto il peso del tetto crollato, hanno trovato i corpi senza vita di due persone. Si tratta di Alessandro Mercogliano, 53 anni, e Sara Ardizzone, 36, entrambi militanti della galassia anarchica e nomi noti alle forze dell’ordine per un passato costellato da reati di piazza e, in alcuni casi, da delitti aggravati dalla finalità di terrorismo.
L’ordigno artigianale e il contesto dell’indagine
Gli investigatori, quelli della Digos e gli artificieri, hanno lavorato per ore a setacciare detriti e reperti, cercando di ricostruire la dinamica precisa di quanto accaduto. Le prime verifiche tecniche hanno fugato ogni dubbio sulla natura dell’evento: non si è trattato di un crollo accidentale, bensì dell’esplosione di un ordigno che i due stavano assemblando. Era lì, nel casolare, che Mercogliano e Ardizzone avevano trasformato quella che era una semplice baracca in un laboratorio clandestino. La potenza dello scoppio ha provocato il cedimento della copertura, seppellendo i due attivisti sotto una coltre di calcinacci e detriti. Il fatto che non vi siano altri feriti né danni a strutture circostanti è stato, per gli inquirenti, un elemento che ha ulteriormente circoscritto il perimetro dell’indagine a quanto avveniva all’interno di quelle mura.
I legami con l’area di Alfredo Cospito
I nomi delle due vittime, che nelle cronache giudiziarie erano già emersi in passato, hanno immediatamente indirizzato l’attenzione degli investigatori verso un preciso fronte dell’estremismo anarchico. Sia Mercogliano che Ardizzone, secondo quanto ricostruito, erano considerati vicini al “gruppo Cospito”, quell’area che negli anni ha fatto dell’opposizione al carcere duro e della solidarietà all’anarchico detenuto uno dei propri cavalli di battaglia. La loro militanza, lungi dall’essere una semplice appartenenza ideale, si era concretizzata in precedenti interventi delle forze dell’ordine, con contestazioni che spaziavano dai danneggiamenti durante le manifestazioni fino ad addebiti più gravi legati alla sovversione. È proprio questo profilo, quello di due individui abituati a muoversi ai margini della legalità pur di sostenere la propria causa, a orientare adesso le verifiche degli inquirenti.
Gli obiettivi, tra gesti eclatanti e sabotaggi ferroviari
Se la dinamica dell’esplosione appare ormai chiara – un ordigno che ha preso fuoco o è esploso prematuramente durante la fase di costruzione – resta ancora avvolto nel mistero l’obiettivo che i due si erano prefissati. È questo il nodo centrale su cui lavorano i magistrati e gli investigatori della Procura di Roma. Si cerca di capire, attraverso i reperti recuperati e i riscontri tecnici, se la bomba fosse destinata a un’azione dimostrativa, magari per rivendicare solidarietà nei confronti di Alfredo Cospito, o se invece rientrasse in un piano più ampio di attentati ai danni delle infrastrutture ferroviarie, una strategia già sperimentata in passato da settori dell’anarchia insurrezionalista. Il casolare, per la sua posizione defilata ma vicina a nodi strategici della capitale, si prestava bene a essere un punto di appoggio logistico, lontano da sguardi indiscreti ma sufficientemente comodo per spostamenti rapidi.
I precedenti e la scena dell’incidente
Il “Casale del Sellaretto”, di proprietà privata ma da decenni in stato di abbandono, rappresentava un luogo di transito per chi vive ai margini. La sua natura di struttura isolata, immersa nel verde del parco archeologico, lo rendeva una base ideale per chiunque volesse sottrarsi a controlli, tanto che in passato era stato occasionalmente utilizzato come riparo da senza fissa dimora. L’irruzione della violenza in quello scenario, con il ritrovamento dei corpi di due persone con un simile curriculum, ha svelato un utilizzo ben diverso di quei locali. Trentasei anni lei, 53 lui: una differenza d’età che non ha impedito ai due di condividere scelte estreme, fino a trovare la morte insieme sotto le stesse macerie. Il loro passato, segnato da procedimenti per reati commessi nel corso di manifestazioni di piazza e, in alcuni casi, per “delitti con finalità di terrorismo”, ha reso la loro morte non solo un fatto di cronaca, ma il possibile tassello di un’indagine più ampia su una rete di fiancheggiatori.




