Marotta: “Champions con l’Inter e poi la pensione”. La risposta a Mourinho e il veleno sulla “Marotta League”
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Redazione Sport
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Nel mezzo secolo esatto trascorso da quel lontano 1976, quando a diciannove anni si ritrovò a gestire il settore giovanile del Varese calcio, Beppe Marotta ha visto cambiare il calcio italiano forse più di chiunque altro, accumulando nella sua bacheca personale un palmarès che, se fosse una squadra, precederebbe storicamente persino il Milan.
Il presidente dell’Inter, fresco del secondo scudetto consecutivo e dell’ennesima Coppa Italia messa in bacheca, ha concesso un’intervista a La Gazzetta dello Sport nella quale, oltre a tracciare un bilancio di questi cinquant’anni, ha riservato frecciate polemiche a chi lo accusa di aver ereditato lo scettro di Luciano Moggi. La sua, una sorta di autodifesa a tutto campo, parte da un ricordo lontano eppure vividissimo: “Il mio primo colpo di mercato da ds? Portai Michelangelo Rampulla dalla Pattese, una piccola realtà siciliana, e lui divenne subito il portiere titolare. a 18 anni debuttò in Serie B contro il Milan di Baresi, Tassotti e Collovati e non prese nemmeno un gol”.
L’addio alla Juventus, il dissenso su Ronaldo e la chiamata decisiva di Zhang
L’esperienza alla Juventus, inevitabilmente, occupa un capitolo a parte in questa lunga narrazione. Marotta non nasconde le divergenze – in particolare sull’investimento legato al ritorno di Cristiano Ronaldo in Italia – ma tiene a precisare come quella separazione non sia stata determinata da un singolo episodio o da una scelta tecnica sbagliata: “Non ero d’accordo sull’acquisto, certo, ma con la Juventus non è finita per quello. diciamo che quando la proprietà fa un passo avanti, il manager deve fare un passo indietro”, ha spiegato l’attuale numero uno nerazzurro, sottolineando come con Andrea Agnelli i rapporti siano rimasti comunque cordiali. Ciò che colpisce, leggendo le sue dichiarazioni, è la rapidità con cui il destino gli ha teso una mano subito dopo l’addio alle “Vecchia Signora”: “Tornai a casa senza avere alcun impegno, incassando la più grande delusione della mia vita. Ma il giorno dopo, esattamente il giorno dopo, mi arrivò un messaggio da un numero sconosciuto firmato Zhang. chiamai subito Urbano Cairo per farmi confermare che fosse veramente il suo”. Da lì, la rinascita all’Inter, prima come amministratore delegato e poi come presidente, passando attraverso il cambio di proprietà che ha portato il fondo Oaktree al comando, soggetto verso il quale Marotta nutre un’immensa gratitudine per avergli permesso di chiudere il cerchio della sua carriera nel modo più bello.
Il sogno della Coppa dalle Grandi Orecchie e la stoccata a Mourinho
Nonostante l’età e i successi accumulati – basti pensare che la sua “squadra ideale” di trofei vinti sarebbe la quarta forza della storia italiana –, l’appetito di Marotta non sembra affatto sazio. Anzi, l’obiettivo dichiarato è il più prestigioso di tutti: “Vincere la Champions League con l’Inter. Le mie squadre hanno giocato quattro finali e le hanno perse tutte. Io ero a San Siro nel 1965 quando vinsero la seconda Coppa dei Campioni contro il Benfica, con il gol di Jair. Ecco, se la vincessimo potrei anche andare in pensione”.
Una dichiarazione che suona quasi come una sfida a sé stesso, soprattutto dopo le recenti polemiche con José Mourinho, il quale aveva lasciato intendere che pochi calciatori dell’Inter attuale avrebbero trovato spazio nel suo celebre Triplete. La replica del presidente è secca e scevra da riverenze: “È un suo pensiero – ha ribattuto Marotta –, ma questi ragazzi sono dei grandi atleti. Inutile fare confronti, il calcio è cambiato e continuerà a farlo, sarebbe ingiusto paragonare epoche diverse”.
Leoni da tastiera e cultura del sospetto: la difesa sulla “Marotta League”
L’affondo più interessante, tuttavia, arriva sul finire dell’intervista, quando il giornalista gli chiede conto di quella corrente di pensiero (alimentata anche da recenti inchieste giudiziarie finite nel dimenticatoio dell’opinione pubblica) che definisce il potere nerazzurro come una “Marotta League”. Un’etichetta pesante, quella che rimanda agli anni bui di Calciopoli e al sistema Moggi, che Marotta respinge al mittente con una certa veemenza: “Sui social abbondano quei leoni della tastiera che non sanno nulla delle persone di cui parlano né del percorso che queste persone hanno fatto. si fa in fretta a giudicare senza conoscere, così si mette solo fango nel ventilatore”, ha tuonato il presidente. Secondo la sua analisi, alla base di queste critiche vi è una mancata accettazione della sconfitta, una vera e propria “cultura del sospetto e dell’invidia” che impedisce di vedere la concretezza del lavoro quotidiano e la legittimità di un ciclo vincente costruito sulla solidità gestionale, più che sulla presunta pressioni esterne.




