Ermal Meta e quella bestemmia nel silenzio su Gaza: "Non si può dire Palestina, la vera bestemmia è cancellarle"

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Durante la conferenza stampa all’Ariston Roof, un luogo che di solito ospita chiacchiere più leggere legate ai look e alle classifiche, Ermal Meta ha spostato il baricentro del discorso su un tema di peso specifico ben diverso. Il cantautore di origini albanesi, tornato in gara al Festival con "Stella stellina", ha spiegato come il suo brano nasca da una riflessione sul rumore di fondo della contemporaneità, quel flusso incessante di informazioni che appiattisce ogni gerarchia di valori. Ha raccontato di aver composto la canzone in venti minuti, sovrapponendo nella mente una filastrocca per la figlia alle immagini di una bambina palestinese che lo avevano profondamente scosso -2. Da lì, l’idea di una melodia volutamente leggera, quasi ingenua, che contrasta con un testo che invece racconta l’orrore. «Se non ascolti le parole – ha detto Meta – ti viene da ballare, ma è un inganno: viviamo nell’epoca dello scrolling, dove sullo stesso piano vedi gattini, feste in piscina, pubblicità e bambini morti sotto le bombe. È tutto uguale, e questo silenzio che ci auto-infliggiamo è il grande tema di oggi» -2-7.

Il paradosso della parola cancellata

Nel suo intervento, riportato dalle agenzie di stampa, Meta ha voluto puntare il dito contro quella che definisce una rimozione collettiva e linguistica. «Oggi non si possono usare certe parole – ha scandito davanti ai giornalisti – non si può dire Gaza, non si può dire Palestina, come se pronunciarle fosse una bestemmia. Ma la bestemmia vera è un’altra: è il fatto stesso che queste realtà vengano cancellate, rimosse dal discorso pubblico». Un’analisi che parte dalla cronaca per arrivare a una critica più profonda sulla società dello spettacolo, capace di metabolizzare anche il dolore più atroce in un contenuto da consumare e superare in pochi secondi. «I bambini dovrebbero fare rumore, non silenzio», ha aggiunto, sottolineando come da genitore questa consapevolezza pesi ancora di più. Non è la prima volta, del resto, che l’artista lega la sua musica a gesti concreti: ha ricordato come nel 2018 devolse i proventi di "Non mi avete fatto niente" a Emergency, scoprendo tre anni dopo che quei fondi avevano contribuito a costruire un ospedale da campo nella valle del Panshir curando dodicimila persone, una vittoria che ha definito più grande di qualsiasi successo discografico.

La politica e la lingua: l’intervento di Salvini

Dalle dichiarazioni di Meta, inevitabilmente, è nato un cortocircuito politico che ha allargato lo sgurado oltre i confini del teatro Ariston. Il vicepremier Matteo Salvini ha voluto replicare a una precedente battuta del cantante, che in conferenza stampa, scherzando sul fatto che l’Accademia della Crusca avesse indicato il suo come uno dei testi migliori, aveva ironizzato: «Sono straniero, non fatelo sapere a Salvini, sennò gli viene un embolo». Il leader della Lega ha raccolto la provocazione, ma ha spostato il tasso del discorso altrove, rilasciando una nota in cui si complimentava con Meta non tanto per il brano o per il messaggio, quanto per il «suo perfetto utilizzo della lingua italiana», elevandolo a esempio di integrazione riuscita. Un plauso che, però, suona paradossale se si considera che l’artista vive in Italia da oltre trent’anni, da quando lasciò l’Albania all’età di tredici anni per stabilirsi a Bari, crescendo musicalmente e umanamente nel nostro paese. Salvini ne ha approfittato per ribadire la sua linea, distinguendo tra immigrati integrati e «clandestini e delinquenti», un passaggio su cui ha detto di sentirsi sicuro che lo stesso Meta possa concordare.

L’artista e il rifiuto delle etichette

Ermal Meta, dal canto suo, ha sempre cercato di smarcarsi da una narrazione che lo vorrebbe cantautore unicamente di "temasociali". «La mia discografia è piena di altri argomenti – ha tenuto a precisare – un cantautore ha il compito di raccontare ciò che vive intorno, e se oggi vedo un abbassamento del linguaggio generale, non posso far finta di nulla». Il riferimento alla Crusca, per lui, non era solo una battuta sulle sue origini, ma un pretesto per lanciare una stoccata all’omologazione culturale e all’uso sempre più pervasivo dell’intelligenza artificiale nella scrittura. «L’AI fa un calcolo algoritmico – ha spiegato – ma non introduce lo scarto emotivo, quell’errore che è umano. Il problema vero è quando un autore scrive pensando già di piacere all’algoritmo, e non alle persone». In questo senso, "Stella stellina", con la sua apparente semplicità da ninnananna e il suo retrogusto amaro, diventa per Meta un tentativo di resistere a questa deriva, un modo per riportare al centro l’attenzione su ciò che viene deliberatamente ignorato.

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