La famiglia nel bosco e la richiesta di rimpatrio: adesso l’appello a Canberra
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Redazione Interno
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Non è un semplice dietrofront, ma piuttosto l’effetto di una pressione che, accumulandosi giorno dopo giorno, ha finito per rendere quella che appariva come una roccaforte di princìpi improvvisamente cedevole. Catherine Birmingham e Nathan Trevallion, i due anglo-australiani che avevano fatto della loro esistenza off-grid, lontano da acqua corrente e elettricità, un manifesto esistenziale, hanno compiuto un passo che fino a poche settimane fa sembrava impensabile: hanno chiesto ufficialmente al governo di Anthony Albanese, per il tramite della propria rappresentanza diplomatica, di attivarsi per favorire un loro ritorno in patria. La notizia, rimbalzata sulle pagine del Sydney Morning Herald e rilanciata in Italia, arriva mentre i tre minori, due gemelli di sette anni e una bambina di otto, si apprestano ad affrontare un passaggio cruciale nell’iter giudiziario che li ha allontanati dalla cascina di Palmoli, in provincia di Chieti. Venerdì 6 e sabato 7 marzo, infatti, sono in programma gli incontri con la psichiatra incaricata dal Tribunale per i minorenni dell’Aquila, Simona Ceccoli: saranno loro, i bambini, a dover essere sottoposti a perizia, un momento che gli esperti considerano dirimente per il futuro dell’intera vicenda.
Che la situazione si fosse fatta insostenibile, per certi versi, lo si era capito già dalle cronache delle settimane precedenti, quando il clima dentro e fuori la casa famiglia di Vasto, dove i piccoli risiedono insieme alla madre dal 20 novembre, aveva iniziato a mostrare crepe profonde. Catherine, che pure condivide la struttura con i figli, è stata descritta in una relazione degli operatori come una presenza complessa, una madre che, pur di non lasciare i bambini soli con le educatrici, li porterebbe con sé in ogni momento, anche al bagno, salvo poi, a detta della responsabile del servizio minori Lucia Fiorillo, relegarli nell’alloggio privato quando deve dedicarsi ad altre attività, come parlare al telefono. Un atteggiamento che gli stessi assistenti hanno giudicato ostativo, tanto da ipotizzare, in un documento inviato al tribunale, un collocamento alternativo per l’intero nucleo, vista la difficoltà di gestire quella che viene definita una "escalation" di reazioni da parte della donna.
Ma è sul fronte della perizia che si gioca la partita più delicata, e il clima, anche qui, è tutt’altro che disteso. Lo psichiatra Tonino Cantelmi, consulente della difesa, ha già sollevato più di una perplessità sulla professionalità della psicologa Valentina Garrapetta, la collaboratrice della perita Ceccoli che dovrebbe occuparsi della somministrazione dei test diagnostici ai minori. L’accusa, mossa nei giorni scorsi, è duplice: da un lato la supposta inesperienza della professionista, iscritta all’albo da soli tre anni e quindi, a parere della difesa, non in possesso dei requisiti minimi richiesti per operare in ambito minorile; dall’altro, e forse è l’elemento più spinoso, una presunta mancanza di imparzialità che sarebbe emersa da alcuni post pubblicati sui social network dalla stessa Garrapetta, commenti ritenuti "di parte" e lesivi del principio di neutralità che dovrebbe guidare un consulente tecnico. Il team legale della famiglia, con gli avvocati Danila Solinas e Marco Femminella, starebbe valutando la possibilità di depositare un’istanza di ricusazione, un atto che, se accolto, potrebbe ritardare ulteriormente i tempi di una perizia che, una volta conclusa, richiederà comunque sessanta giorni per il deposito della relazione finale davanti ai giudici.
La richiesta di rimpatrio, in questo quadro, assume i contorni di una leva ulteriore, un tentativo di smuovere le acque facendo leva sulla pressione diplomatica. Eppure, a voler guardare i fatti, l’ambasciata australiana non è mai stata del tutto assente: il sindaco di Palmoli, Giuseppe Masciulli, ha confermato contatti ripetuti con un addetto della rappresentanza, che periodicamente si sarebbe informato sugli sviluppi della vicenda e avrebbe persino fatto visita alla struttura di Vasto per portare un sostegno, seppur informale, a madre e figli. Un’assistenza che, evidentemente, non è stata percepita come sufficiente da Catherine, la quale, nell’intervista al programma "60 Minutes", non ha risparmiato critiche al suo stesso paese, accusato di essersi lavato le mani di fronte alla complessità del caso.




