L'Italia all'invito di Trump per Gaza: saremo osservatori al Board of Peace, ma la questione della dignità della popolazione resta
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Redazione Interno
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La premier Giorgia Meloni, intervenuta a margine dell'Assemblea dell'Unione Africana ad Addis Abeba, ha rotto gli indugi sulla delicata partita mediorientale, annunciando che l'Italia risponderà positivamente all'invito ricevuto dall'amministrazione Trump per partecipare alla riunione del cosiddetto Board of Peace, in programma a Washington per il prossimo 19 febbraio -1-4. Una partecipazione, quella italiana, che avverrà tuttavia con una formula peculiare e studiata per destreggiarsi tra le necessità di politica estera e i paletti imposti dalla Carta costituzionale. La presidente del Consiglio ha infatti precisato che l'adesione al board in qualità di membro effettivo avrebbe sollevato non pochi problemi di compatibilità con il nostro dettato costituzionale, una complessità che ha portato Roma a optare per lo status di Paese osservatore. Una soluzione che Meloni ha definito “buona” proprio perché permette di aggirare lo scoglio giuridico senza per questo rinunciare a un posto al tavolo dove si discuterà il futuro della Striscia. L'invito formale, stando alle parole della stessa presidente del Consiglio, è arrivato solo nella giornata di giovedì, lasciando quindi margini ristretti per la definizione della delegazione: non è stato ancora stabilito, difatti, se sarà la stessa Meloni a volare negli Stati Uniti o se la rappresentanza sarà affidata al ministro degli Esteri Antonio Tajani, anche se l'orientamento prevalente, al netto delle valutazioni in corso, sembra propendere per una presenza fisica del capo del governo -8-10.
La scelta dell'osservatore per aggirare i vincoli costituzionali
La formula prescelta, quella dell'osservatore, rappresenta un compromesso che consente all'Italia di mantenere un ruolo attivo in un consesso internazionale voluto da Donald Trump, senza però varcare la linea rossa segnata dalla nostra legge fondamentale. Meloni ha ribadito con forza come la presenza italiana in questo contesto non sia solo opportuna, ma necessaria, considerato “il lavoro che l'Italia ha fatto, sta facendo e deve fare in Medio Oriente per stabilizzare una situazione molto complessa e fragile” -8. Una complessità che, nelle parole della premier, richiederebbe anche una maggiore coordinazione europea: fonti vicine all'esecutivo riferiscono che Roma non intende essere l'unica capitale del Vecchio Continente a partecipare, e sono in corso interlocuzioni serrate con altri Paesi, in particolare quelli dell'area mediterranea, per presentarsi all'appuntamento con una voce quanto più coesa possibile -1-10. L'obiettivo, evidente, è quello di evitare che il dossier Gaza venga gestito in totale autonomia dall'asse Washington-Tel Aviv, inserendo invece quel contrappeso diplomatico che solo una presenza europea, seppur non unitaria, può garantire. Il Board of Peace, va ricordato, è l'organismo voluto dall'amministrazione repubblicana per provare a tracciare una via d'uscita dalla crisi, ma la sua reale natura e i suoi poteri sono ancora in fase di definizione, e l'avervi un seggio, seppur da osservatori, permetterebbe all'Italia di seguire da vicino l'evolversi della situazione.
Pizzaballa: “Non ci sarà nessun resort, la dignità della gente non si cancella”
Se la politica si muove tra equilibri costituzionali e ragion di Stato, dal fronte umanitario e religioso arriva un monito che sembra voler riportare il dibattito con i piedi per terra, nella polvere e nelle macerie di Gaza. Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme dei Latini, intervenendo ad Arezzo in occasione delle celebrazioni della Madonna del Conforto, ha lanciato un messaggio chiaro e netto, quasi a voler smontare eventuali illusioni su una ricostruzione facile e veloce. “A Gaza non ci sarà nessun resort”, ha tagliato corto Pizzaballa, con una frase che suona come una pietra lanciata nello stagno delle fantasie geopolitiche e dei piani di sviluppo che qualcuno potrebbe iniziare a disegnare sulle ceneri dell'enclave -3. Il riferimento implicito, ma neanche troppo velato, è alle idee che circolano in alcuni ambienti internazionali, dove si vocifera di piani per trasformare la Striscia in una sorta di zona economica speciale, se non addirittura in una località turistica di lusso. Progetti che, agli occhi del porporato, si infrangono contro la realtà di una popolazione stremata ma non doma.
“Qualunque cosa vogliano fare – ha proseguito il cardinale – non può ignorare i due milioni di persone che sono lì. Persone che hanno perso tutto, ma non la dignità. Non si potrà fare nulla contro la loro dignità” -3. Un'affermazione, quest'ultima, che pesa come un macigno e che sposta l'asse del discorso dalle pure architetture diplomatiche al dramma umano in corso. Pizzaballa, che in questi mesi è stato più volte l'unico ponte tra la comunità cristiana di Gaza e il mondo esterno, ha voluto ricordare che qualsiasi progetto di pace, qualsiasi board, qualsiasi riunione a Washington, se non terrà conto del fattore umano, della volontà e della sofferenza di chi quei luoghi li abita, rischia di rimanere lettera morta. Il suo è un richiamo alla realtà, alla necessità di non trasformare la ricostruzione in un'operazione di branding o di speculazione, ma di affrontare il nodo politico di fondo, che resta la convivenza tra due popoli e due Stati. L'eco delle sue parole arriva dritta ai tavoli dei diplomatici, a ricordare che prima dei resort e dei piani di investimento, ci sono macerie da rimuovere, traumi da curare e, soprattutto, diritti da riconoscere. Una posizione, quella del patriarca, che introduce una variabile non trascurabile nell'equazione della pace, e che i leader riuniti a Washington farebbero bene a non sottovalutare.




