A un anno dalla morte, la voce di Oliviero Toscani torna su Sky Arte

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   È la sua stessa voce, quella che aveva il timbro graffiante della provocazione e l'intensità di un pensiero mai domo, a tracciare il solco narrativo del documentario che Sky Arte trasmette per ricordare Oliviero Toscani, a un anno esatto dalla scomparsa. "Oliviero Toscani. Chi mi ama mi segua", in onda il 13 gennaio in prima visione, si propone come un omaggio non agiografico ma profondamente esplorativo, un viaggio nell'universo creativo di un autore che, fino all'ultimo, ha mantenuto il ruolo di una delle vpiù rilevanti e discusse della fotografia contemporanea. Il film, un Sky Original, si annuncia come un'immersione nella vita e nell'eredità artistica del fotografo, esplorando come egli abbia saputo trasformare lo strumento fotografico in un linguaggio civile capace di scardinare convenzioni e interrogare la società, incidendo in modo indelebile sul costume e persino sull'immaginario politico.

Un ritratto che parte dall'intimo

A completare il ritratto, costruito anche attraverso materiali d'archivio e testimonianze inedite, è la prospettiva privata offerta dalla moglie, Kirsti Moseng, la quale in una recente intervista ha svelato alcuni tratti di un uomo lontano dai clamori mediatici. L'ex modella, compagna di Toscani per cinquant'anni, descrive un rapporto simbiotico, nato da un primo incontro non privo di asperità – "volevo una modella, non una contadina" le avrebbe detto l'artista – e consolidatosi in un legame che ha definito la sua esistenza. Moseng parla di un marito geniale, la cui complessità non sarebbe stata sempre pienamente compresa in Italia, e ricorda l'uomo che, nonostante l'avanzare di una rara malattia, non aveva paura della fine ma conservava un amore travolgente per la vita.

L'eredità di un visionario

Il documentario, evitando di cadere nella semplice commemorazione, sembra dunque puntare a restituire la poliedrica natura di Toscani, il cui lavoro – spesso al centro di polemiche feroci – ha costantemente sfidato i limiti del commerciale e del tabù. La sua ricerca, che attraverso campagne iconiche seppe parlare di AIDS, di razzismo, di religione e di anoressia, viene qui ripercorsa per coglierne la coerenza profonda, quel filo rosso che univa l'estetica alla denuncia sociale. Quello che emerge è il profilo di un autore il cui merito principale fu forse proprio quello di aver costretto la fotografia a uscire dalle gallerie per entrare nella piazza, trasformandola in un potente strumento di dibattito pubblico, senza mai separarla da una raffinata indagine formale.

Il vuoto e il ricordo

Kirsti Moseng, riflettendo sul lutto paragonato a un'onda altalenante, ammette che della lunga vita condivisa le manchi soprattutto la voce, elemento divenuto parte costitutiva della sua stessa identità. La sua testimonianza, così come l'intero documentario, non cerca di mitizzare ma di umanizzare una figura spesso percepita come solo provocatoria, svelando la dimensione affettiva e la vulnerabilità di un creativo che ha sempre fatto della forza delle immagini la sua bandiera. L'opera, trasmessa nel primo anniversario della morte avvenuta per amiloidosi, si configura pertanto non come un punto finale ma come un ulteriore tassello per comprendere la portata di un percorso artistico che continua a interrogare e a influenzare.

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