Certificati medici falsi per evitare i Cpr, perquisizioni in oltre 20 studi in tutta Italia

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La Polizia di Stato, con il Servizio Centrale Operativo di Roma e la Squadra Mobile di Ravenna, sta eseguendo una serie di decreti di perquisizione locale, personale e informatica emessi dalla Procura ravennate nell'ambito di un procedimento che ipotizza la formazione e il rilascio di certificazioni mediche false. L'obiettivo, secondo l'accusa, era impedire il trattenimento di cittadini stranieri irregolari presso i Centri di permanenza per i rimpatri.

L'attività giudiziaria coinvolge oltre venti professionisti distribuiti in diverse città: Bari, Biella, Bologna, Firenze, Livorno, Milano, Ravenna, Rimini, Roma e Varese.

Il precedente dell'ospedale di Ravenna

L'indagine si inserisce in un filone investigativo già avviato nei mesi scorsi, quando analoghe perquisizioni avevano riguardato otto medici all'epoca in servizio presso il reparto di Malattie Infettive dell'ospedale di Ravenna. In quel caso le accuse erano di falso e interruzione di pubblico servizio in relazione a 34 certificati considerati falsi. Per tre professionisti il Giudice per le indagini preliminari aveva disposto l'interdizione dalla professione per dieci mesi, mentre per gli altri era scattato il divieto di occuparsi di certificazioni destinate ai Cpr.

Gli investigatori stanno ora analizzando dispositivi informatici e documentazione cartacea per ricostruire la rete dei presunti attestati irregolari.

La disciplina del trattenimento nei centri per il rimpatrio

Il trattenimento presso i Cpr è una misura amministrativa che incide sulla libertà personale dello straniero, come ribadito dalla Corte Costituzionale nella sentenza 78/2026. La Consulta ha chiarito che si tratta di una restrizione riconducibile alla sfera dell'habeas corpus, estranea a qualsiasi connotazione sanzionatoria di carattere penale. Il procedimento di convalida si svolge davanti al Giudice di pace, che valuta le dichiarazioni dell'interessato secondo il criterio del prudente apprezzamento, senza automatismi probatori.

La disciplina prevede termini rigorosi: il Questore deve trasmettere gli atti al giudice entro quarantotto ore dall'adozione del provvedimento, e il giudice ha altre quarantotto ore per decidere sulla convalida.

Il nodo della visita medica preventiva

La questione al centro dell'inchiesta riguarda la valutazione di idoneità sanitaria che precede l'ingresso nei centri. Secondo quanto ricostruito, la prassi vigente subordina l'accesso dello straniero al Cpr a una visita medica preventiva volta ad accertare l'assenza di patologie incompatibili con la struttura. Questa procedura non troverebbe però un fondamento di legge, derivando piuttosto da una direttiva amministrativa del ministero dell'Interno risalente al maggio 2022.

Nei mesi scorsi Fratelli d'Italia ha depositato un ordine del giorno al decreto-legge Sicurezza in cui si impegna il Governo a valutare l'opportunità di modificare tale direttiva, eliminando l'obbligo della visita preventiva e prevedendo che gli accertamenti sanitari avvengano esclusivamente all'ingresso nel centro, con ogni eventuale giudizio di inidoneità sottoposto al vaglio dell'autorità giudiziaria.

Le reazioni nel mondo politico e sanitario

Sulla vicenda sono intervenuti esponenti di diversa estrazione. Il presidente della Regione Emilia-Romagna Michele de Pascale, commentando il filone ravennate, ha dichiarato che «il medico fa diagnosi, ma la responsabilità di liberare questa persona è dello Stato, non del medico», aggiungendo che occorre «correggere questa norma» perché non può essere il singolo professionista a farsi carico di una decisione che spetta al Parlamento.

Dal versante opposto, il responsabile del programma di Fratelli d'Italia Francesco Filini ha parlato di «fatti gravissimi», sostenendo che si tratterebbe di professionisti che avrebbero mancato al proprio dovere «tradendo lo Stato e i suoi servitori». Il sindacato dei medici Smi, per voce del presidente nazionale emerito Cosmo De Matteis, ha invece espresso «solidarietà ai medici indagati», ricordando che «la cura non è un reato» e che il personale sanitario valuta esclusivamente lo stato di salute dei pazienti.

Le garanzie procedurali nel sistema dei rimpatri

Il quadro normativo dei Cpr è stato più volte oggetto di intervento della giurisprudenza. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza 17569/2024, ha stabilito che la mancanza di un passaporto o di altro documento valido per l'espatrio costituisce di per sé un rischio di fuga, tale da giustificare il trattenimento anche in assenza di una condotta ostruzionistica dello straniero. La Suprema Corte ha inoltre precisato che il possesso di un documento di identità rappresenta un prerequisito indispensabile per l'applicazione di misure alternative al trattenimento.

Sul versante della durata, la disciplina vigente consente proroghe successive per periodi di tre mesi, fino a un massimo complessivo di diciotto mesi per i migranti in uscita, qualora l'allontanamento non sia stato possibile per mancata cooperazione dell'interessato o per ritardi nell'ottenimento della documentazione dai Paesi terzi.

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