L’amarezza del Coni e lo sfogo della Federghiaccio dopo l’eliminazione di Pietro Sighel: un quadro arbitrale che solleva più di un interrogativo
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Redazione Sport
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Il presidente del Coni, Luciano Buonfiglio, non usa giri di parole per commentare quanto accaduto sul ghiaccio del Forum di Assago, e lo fa con una schiettezza che raramente si sente nelle dichiarazioni ufficiali del mondo olimpico. “Non è che mi dispiace, sono arrabbiato per lui”, ha detto riferendosi a Pietro Sighel, il pattinatore azzurro eliminato in semifinale nei 500 metri dello short track per un contatto con il canadese Maxime Laoun che il giudice di gara, l’ungherese Balazs Kover, ha giudicato regolare. Ciò che alimenta il malumore del numero uno dello sport italiano, ma anche di tutti gli appassionati presenti sugli spalti e non solo, è una percezione di disparità di trattamento, un filo sottile che legherebbe questa decisione ad altre circostanze analoghe verificatesi in passato. “Forse quel metro di giudizio”, ha aggiunto Buonfiglio con la cautela di chi conosce i regolamenti ma anche l’amarezza di chi assiste a una possibile ingiustizia, “non è stato applicato in altre circostanze, perché abbiamo visto anche nell’ultima gara che più o meno è successo lo stesso, ma non è stato preso nessun provvedimento”.
Dietro le parole del presidente, che pure contengono quel “forse” dettato dalla prudenza istituzionale, si apre un fronte caldo che riguarda la credibilità della direzione di gara in questa Olimpiade. La questione, del resto, non riguarda soltanto l’episodio specifico della semifinale vinta poi dal canadese Steven Dubois, ma assume i contorni di una vera e propria querelle sportiva se si allarga lo sguardo all’intero percorso del pattinatore trentino in questi Giochi. Sighel, va ricordato, era partito con l’oro della staffetta mista al collo e con legittime ambizioni individuali, salvo poi vedersi annullare ogni possibilità in tutte e tre le gare a cui ha partecipato: dopo la squalifica nei 1000 metri e l’eliminazione nei 1500 per una caduta provocata dall’ucraino Handei, ecco l’ennesimo stop nei 500. Una sequenza che ha spinto la Federazione Italiana Sport del Ghiaccio a uscire dagli schemi della diplomatica protesta per assumere una posizione di netta rottura.
La dura replica della Fisg e il silenzio dell’Isu
Il presidente della Fisg, Andrea Gios, ha raccolto il malcontento generale e lo ha trasformato in un atto di accusa formale, seppur nei limiti consentiti dal protocollo olimpico. La federazione, attraverso un comunicato ufficiale, ha parlato di “decisioni incoerenti e contraddittorie” assunte dallo stesso giudice nel corso della rassegna a cinque cerchi, sottolineando come il “trattamento riservato a Pietro Sighel” non sia stato isolato ma abbia seguito un filo conduttore discutibile. Gios ha voluto precisare che la posizione italiana non è affatto isolata, anzi: “La nostra opinione è stata confermata ed è condivisa anche da tecnici e dirigenti di altre nazioni presenti ai Giochi, che hanno espresso perplessità analoghe rispetto a quanto visto sul ghiaccio”. Questo elemento, lungi dall’essere un semplice contentino per l’atleta, rende il quadro, come sottolineato dallo stesso presidente, “ancora più grave e preoccupante”, perché sposta l’asticella del problema dalla dimensione nazionale a quella internazionale, coinvolgendo nel merito la credibilità dell’operato arbitrale.
Ciò che appare particolarmente significativo, in questa vicenda, è il riferimento esplicito alla International Skating Union. La Federazione Italiana, infatti, non si è limitata a criticare la singola decisione, ma ha puntato il dito contro l’inerzia dell’ente mondiale, reo di non essere “stato capace di intervenire nel corso dell’evento per porre fine a un operato del tutto fuori luogo”. Un’accusa pesante, che tocca il cuore del sistema di governance dello short track, uno sport dove la velocità e il contatto fisico rendono l’interpretazione delle regole spesso determinante quanto la performance atletica. “Comprendiamo i regolamenti e il ruolo degli ufficiali di gara”, si legge ancora nella nota della Fisg, “ma quando emergono elementi così evidenti di incoerenza, è doveroso intervenire per garantire equità durante l’evento stesso”. Parole che lasciano poco spazio a interpretazioni e che fotografano un malessere profondo, destinato probabilmente a lasciare il segno nei rapporti tra le federazioni nazionali e l’organismo sovranazionale.
La reazione del pubblico presente all’Arena di Assago, d’altronde, era stata immediata e inequivocabile: un sonoro boato di fischi aveva accompagnato la comunicazione ufficiale della non penalità, trasformando l’impianto in una bolgia di disappunto. In questo clima, Sighel ha poi affidato ai social network le sue riflessioni, parlando della difficoltà di trovare le parole in un momento così complesso e limitandosi a un ringraziamento verso chi lo ha sostenuto. Un gesto di sobrietà, il suo, che contrasta con la durezza dello scontro istituzionale in atto e che lascia intravedere la delusione di un atleta a cui, di fatto, è stata negata la possibilità di competere ad armi pari per le medaglie che tutti gli addetti ai lavori gli riconoscevano.




