Giuli si smarca sul docufilm Regeni: «La scelta non è politica, ma non la condivido». E intanto in commissione arrivano le dimissioni
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Redazione Interno
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La vicenda del mancato finanziamento pubblico al documentario “Giulio Regeni – Tutto il male del mondo” ha trovato ieri un nuovo, e per certi versi paradossale, capitolo nell’aula della Camera. Interrogato dalle opposizioni, il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha respinto al mittente le accuse di un presunto boicottaggio politico dell’opera – che ricostruisce il rapimento, le torture e l’omicidio del ricercatore italiano avvenuto al Cairo nel gennaio del 2016 -1-5 – per scaricare invece la responsabilità su un organo tecnico: una commissione, quella che assegna i contributi selettivi, che per legge è autonoma e indipendente.
«Non condivido né sul piano ideale né su quello morale la scelta – ha dichiarato Giuli – ma non è il frutto di una decisione politica. Il ministro della Cultura non può esercitare alcuna influenza, né a monte nella formazione dei giudizi, né a valle sugli esiti», ha spiegato, ribadendo che attribuire al ministero una “volontà di censura” è una rappresentazione priva di fondamento. Una precisazione, la sua, che però non ha evitato l’escalation della polemica, anzi, l’ha paradossalmente alimentata: se non c’è stata un’ingerenza diretta del vertice politico, cosa ha spinto la commissione a bocciare un’opera già realizzata, uscita nelle sale e persino premiata con il Nastro della legalità 2026 -1-6?
La procedura e le “due bocciature”
Per sostenere la sua tesi della terzietà della valutazione, il ministro ha rivelato un dettaglio procedurale che aggiunge ulteriore complessità alla vicenda. Il documentario, diretto da Simone Manetti e prodotto da Fandango e Ganesh -1-6, non sarebbe stato escluso una, ma due volte. Una prima domanda di contributo, presentata nel 2024, non avrebbe raggiunto la soglia minima di punteggio prevista dal bando. Una seconda richiesta, avanzata nel 2025, avrebbe subito la medesima sorte.
«È significativo che il progetto sia stato valutato in due annualità diverse e da sezioni differenti della commissione. Questo conferma la natura di un giudizio tecnico reiterato nel tempo», ha argomentato Giuli, cercando di blindare la sua posizione. Tuttavia, la ricostruzione della composizione di quelle stesse commissioni ha finito per incrinare il muro di neutralità che il ministro tentava di erigere. Tra i cinque membri della sottocommissione che ha detto no al film su Regeni, è emersa la presenza di nomi politicamente sensibili, come quello di un’ex deputata della Lega e di un professionista ritenuto vicino al presidente della commissione Cultura della Camera, Federico Mollicone (Fratelli d’Italia).
La poltrona scotta: due addii eccellenti
Proprio la pressione sui meccanismi di valutazione ha provocato le prime scosse telluriche all’interno dell’organo ministeriale. A gettare benzina sul fuoco sono state le dimissioni, con effetto immediato, di due membri di spicco della commissione: il celebre critico cinematografico Paolo Mereghetti e il consulente editoriale Massimo Galimberti. Sebbene nessuno dei due facesse parte della sottocommissione che ha effettivamente votato la bocciatura dell’opera su Regeni, il loro passo indietro è stato interpretato come un atto di dissenso verso la direzione impressa alle scelte culturali.
Mereghetti, in particolare, ha motivato la sua uscita con una questione di “coerenza”, dopo aver difeso pubblicamente il valore del documentario. Galimberti ha parlato più esplicitamente di una “incompatibilità ambientale”, riferendo di «modalità di valutazione» dalle quali si sente distante e di un approccio alle procedure che non condivide più. Le loro dimissioni, in un’ottica di lungo periodo, rappresentano un duro colpo per la credibilità del sistema, alimentando i sospetti di chi, come il Partito Democratico, parla di una “politicizzazione” strisciante del sostegno pubblico al cinema.
Uno “scaricabarile” che non ferma il film
L’atteggiamento del ministro, che dopo l’interrogazione ha evitato i cronisti rifiutandosi di aggiungere dettagli («Non ho altro da dire, per favore»), è stato duramente attaccato dalle opposizioni. Gianni Cuperlo, deputato del Pd, ha parlato di un «sussulto di orgoglio» che il governo non ha avuto, accusando l’esecutivo di aver trasformato la cultura in un «terreno di conquista per un’egemonia» che non ha nulla a che fare con il talento o la creatività. L’accusa, in estrema sintesi, è che il meccanismo della “commissione indipendente” sia diventato, nei fatti, un parafulmine comodo per parare le critiche senza assumersi la responsabilità delle scelte.
Mentre la politica discuteva di conflitti di interesse e procedure, il documentario ha continuato la sua corsa al di fuori dei canali istituzionali. Per reazione alla bocciatura, i produttori hanno rilanciato: l’opera tornerà in più di 60 sale cinematografiche italiane. Inoltre, grazie a un’iniziativa promossa dalla senatrice a vita Elena Cattaneo, “Tutto il male del mondo” verrà proiettato in 76 atenei italiani, a testimonianza di come, al di là delle valutazioni tecniche, il caso Regeni conservi una capacità di mobilitazione che nessuna delibera amministrativa sembra in grado di arginare.




