Marc Marquez vince in Brasile e gela la Ducati: “Non capisco certe paure”

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Il ritorno alla vittoria, per un campione abituato a scolpire la storia con traiettorie impossibili, non è mai solo un fatto tecnico. Marc Marquez, nell’atto di conquistare la Sprint Race del Gran Premio del Brasile, ha infranto un digiuno che durava dal settembre del 2025, quando a Misano lasciò tutti alle spalle prima che l’incidente di Mandalika interrompesse la sua marcia. Sul circuito di Goiânia, teatro del secondo appuntamento del mondiale 2026, lo spagnolo ha offerto una prestazione che, se da un lato gli regala il primo successo stagionale, dall’altro riaccende un dibattito interno alla Ducati destinato a tenere banco per i prossimi mesi. Il sabato è stato surreale, e non solo per le prestazioni in pista: la scoperta di una buca nell’asfalto, emersa al termine delle qualifiche, ha costretto a un rinvio della partenza, con i commissari costretti a riparare in fretta e furia la voragine – causata dal cedimento di un tubo di scolo a causa delle forti piogge – utilizzando macchinari portati d’urgenza sulla zona interessata.

Quando la pista è stata finalmente riaperta, la griglia di partenza raccontava già di un equilibrio inedito. Fabio Di Giannantonio, autore di una qualifica perfetta in sella alla Ducati del team VR46, si era preso la pole position – la seconda della sua carriera – battendo il compagno di marca Marco Bezzecchi e lo stesso Marquez, quest’ultimo capace di limitare i danni dopo una caduta nella Q2. La Sprint, ridotta a una distanza di 15 giri, ha subito assunto i contorni di un duello psicologico. Il poleman ha cercato di allungare, forte di un ritmo insidioso, ma il nove volte campione del mondo, che a inizio stagione in Thailandia aveva sofferto più del previsto sia per i postumi dell’infortunio che per l’adattamento alla Desmosedici GP26, ha mostrato subito di avere una marcia in più nella gestione della gara.

È stata un’esibizione di cinismo chirurgico quella messa in scena dall’iberico. Con un gap di oltre un secondo da recuperare, Marquez ha pazientato, studiando le traiettorie del rivale. L’errore di Di Giannantonio a pochi giri dal termine – un piccolo sbando che per un pilota normale sarebbe stato trascurabile ma contro un avversario di tale calibro è risultato fatale – è stato il varco decisivo. Il sorpasso è valso la vittoria, restituendo l’immagine del pilota che non perde un colpo, quello capace di trasformare un sabato complicato in una dimostrazione di forza. Alle sue spalle, a completare un podio che profuma di futuro, si è piazzato Jorge Martin con l’Aprilia, mentre Bezzecchi, vincitore della gara d’esordio in Thailandia, ha chiuso ai piedi del podio, quarto, precedendo un deludente Francesco Bagnaia – scattato dall’undicesima piazza dopo un sabato opaco – che ha dovuto accontentarsi dell’ottavo posto.

A rendere il contesto ancora più vibrante, però, sono state le dichiarazioni di Marquez al termine della corsa. Pur tornato sul gradino più alto, l’asso spagnolo ha voluto spegnere ogni entusiasmo eccessivo, rivendicando una sorta di autonomia di giudizio che suona come un messaggio diretto ai vertici della squadra di Borgo Panigale. “Non capisco certe paure”, ha detto, riferendosi in maniera implicita ai timori espressi da alcuni tecnici o dirigenti nei giorni precedenti l’evento. In Brasile, c’era chi nel box ufficiale riteneva che il circuito, con le sue nove curve a destra e il nuovo fondo sconosciuto a tutti, potesse rappresentare un ostacolo insormontabile per il suo fisico, ancora convalescente dopo l’infortunio alla spalla destra rimediato a Mandalika.

E invece, Marquez ha smentito sul campo quelle riserve, seppure con la consapevolezza di non essere ancora al massimo. “Vittoria importante, specialmente perché in Thailandia ho sofferto mentre qui ho sentito crescita, ma ancora non guido come vorrei”, ha confessato ai microfoni al termine del breve ma intenso confronto con Di Giannantonio. L’ammissione, in un certo senso, è più inquietante per i rivali del trionfo stesso: se vince così quando non guida ancora “come vorrebbe”, il margine di miglioramento rappresenta una minaccia concreta per il prosieguo della stagione. Lo spagnolo ha parlato di una crescita effettiva nelle due settimane di pausa, durante le quali il lavoro a casa ha dato i frutti sperati, permettendogli di svegliarsi sabato senza il dolore che lo aveva condizionato nei primi impegni dell’anno.

La sfida tecnica con Di Giannantonio e il caso dell’asfalto

Lo scontro diretto tra Marquez e “Diggia” non è stato solo un duello ruota a ruota, ma anche un confronto stilistico tra due modi diametralmente opposti di interpretare la stessa moto. Marquez ha ammesso di aver analizzato i dati del pilota romano per capire cosa stesse facendo di diverso, specialmente nel primo e nel quarto settore del tracciato, dove Di Giannantonio era particolarmente efficace. “Abbiamo due stili di guida completamente diversi”, ha spiegato, “lui guida la Ducati in un modo, io in un altro”. Questa capacità di adattamento, di apprendere anche dagli avversari pur mantenendo la propria identità violenta e istintiva, è la cifra distintiva di un pilota che, nonostante l’età e i recenti problemi fisici, continua a essere il parametro assoluto.

Sul versante opposto, Fabio Di Giannantonio ha vissuto un sabato dal sapore agrodolce. Il secondo posto, se da un lato certifica l’ottimo stato di forma e la competitività del team VR46, dall’altro porta con sé il rammarico per l’errore che ha consegnato la vittoria al rivale. Il pilota romano, che aveva costruito il suo weekend su una base solida dopo un venerdì complicato, ha dovuto fare i conti con una variazione delle condizioni: “Oggi c’erano condizioni diverse rispetto a stamattina, in due curve c’era meno grip”, ha analizzato a fine gara. “Nella stessa curva ho commesso due errori e ho rovinato la mia opportunità, ma siamo contentissimi, il secondo posto ci mette vicini a Marc Marquez e quindi vediamo domani come andrà la gara”. Un’analisi lucida quella del poleman, che ha scelto di non nascondersi dietro al caso fortuito della buca o al ritardo accumulato, focalizzandosi invece sugli aspetti tecnici da correggere.

L’aspetto logistico, va detto, ha rischiato di compromettere l’intero programma. L’enorme buca apertasi sul rettilineo principale ha richiesto un intervento straordinario, con la direzione gara costretta a posticipare l’inizio della Sprint di oltre un’ora. Un disguido che ha irritato non poco i piloti, costretti a una lunga attesa nel momento di massima tensione agonistica. “È vero che hanno fatto un lavoro incredibile”, ha ammesso Marquez a proposito dei commissari, “ma siamo con le dita incrociate che questo buco non influenzi la traiettoria, perché altrimenti sarà impossibile guidare”. La speranza di tutti, alla vigilia della gara lunga di domenica, è che l’asfalto tenga senza ulteriori cedimenti.

Le gerarchie in casa Ducati si complicano dopo la Sprint

Il risultato di Goiânia ridisegna parzialmente le gerarchie interne al campionato. Se Bezzecchi era partito forte con il successo in Thailandia, ora Marquez ha risposto presente, annullando il vantaggio psicologico iniziale. La prestazione di Bagnaia, relegato a centro gruppo dopo una qualifica disastrosa, allontana per il momento lo spettro di un dominio immediato del campione in carica, aprendo uno scenario di campionato più corale. La Sprint, pur nella sua natura di gara breve, ha confermato l’efficacia del pacchetto tecnico messo a punto dal costruttore italiano, con ben tre Ducati nelle prime quattro posizioni, ma ha anche mostrato che la gestione dell’energia e degli pneumatici, in un contesto di temperature elevate come quello brasiliano, rappresenterà un fattore discriminante.

Marco Bezzecchi, partito dalla seconda casella, ha lottato a lungo per il podio prima di cedere il passo a Martin, dimostrando però una continuità di rendimento che lo consacra come candidato stabile per le posizioni che contano. Il suo ruolino di marcia, con una vittoria e un quarto posto nelle prime due uscite stagionali, è tra i migliori. L’Aprilia, dal canto suo, ha mostrato una crescita significativa: Martin ha portato la RS-GP sul podio nella Sprint, mentre Bezzecchi (pur in sella alla Ducati nel team VR46) e Ogura hanno garantito piazzamenti di rilievo, segnalando che la sfida costruttori potrebbe essere più avvincente del previsto.

Infine, l’elemento più significativo emerso dal post-gara resta la frase di Marquez, quella che in molti hanno interpretato come una stoccata alle perplessità emerse dal suo stesso box. La “paura” menzionata dal pilota – riferita alla possibilità che il circuito brasiliano potesse essere una trappola per lui – è stata spazzata via in 15 giri di guida autoritaria. Ora l’attenzione si sposta sulla gara lunga di domenica, dove la gestione delle gomme e il degrado fisico giocheranno un ruolo decisivo. Se Marquez riuscirà a ripetersi anche sulla distanza, la risposta a quelle perplessità sarà più forte di qualsiasi dichiarazione.

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