Google Pixel, l’update di maggio 2026 sistema la ricarica lenta e mette un blocco al downgrade
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Redazione Scienza e Tecnologia
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L’aggiornamento mensile che Google ha iniziato a distribuire in queste ore, seppur etichettato come patch di sicurezza per Android 16, si presenta come un intervento ben più strutturato rispetto alla consueta cadenza. La nuova build, infatti, non si limita a tappare le falle del sistema, ma interviene in maniera decisa su una serie di disfunzioni concrete che avevano trasformato l’esperienza d’uso di molti Pixel in un piccolo calvario quotidiano. Il rollout, che copre un arco temporale piuttosto ampio partendo dal Pixel 7a per arrivare fino ai top di gamma della serie 10 e includendo nel processo anche il Pixel Tablet, porta con sé una soluzione a quell’anomalia della ricarica wireless che rallentava vistosamente il flusso di corrente quando la batteria si trovava nella fascia critica compresa tra il 75% e il 80%. Un comportamento, quest’ultimo, particolarmente odioso per chi utilizza i caricabatterie a induzione durante le ore notturne, vanificando di fatto la praticità di un accessorio pensato per essere “settable e forgettabile”.
Schermi più nitidi e niente più crash per la tastiera
Oltre ai fix per l’alimentazione, il changelog ufficiale elenca una serie di interventi significativi sul comparto visivo che, va detto, aveva già dato segni di cedimento nei mesi scorsi. i possessori della serie 10, dalla quale ci si aspetterebbe la perfezione tecnica, hanno finalmente visto sparire quel fastidioso effetto di blur che rendeva lo schermo quasi annebbiato, così come le linee di interferenza che apparivano in modo casuale sul pannello. Viene risolto, inoltre, un problema specifico che causava la comparsa di un puntino bianco fisso nella parte superiore del display, una sorta di pixel fantasma che disturbava la visione dei contenuti. Non si tratta solo di estetica, perché l’update di maggio mette mano anche alla stabilità del software: è stato corretto un bug del framework della tastiera che, in determinate condizioni all’interno di alcune app, provocava il congelamento dell’interfaccia di input o un suo posizionamento completamente errato sullo schermo, impedendo di fatto la digitazione. Un’altra correzione, questa volta limitata ai modelli di punta, risolve infine un blocco improvviso dell’app fotocamera, che andava in crash proprio nel momento meno opportuno, ovvero durante la registrazione di un video mentre si regolava lo zoom.
L’anti-rollback sui Pixel 10: una scelta di sicurezza che taglia i ponti
Se per la maggior parte degli utenti l’arrivo della notifica di aggiornamento rappresenta soltanto un fastidio rimandabile, chi possiede un dispositivo della serie 10 deve fare attenzione prima di premere “installa”. Google ha infatti implementato una misura tecnica piuttosto invasiva: l’incremento della versione anti-rollback del bootloader. Tradotto in termini semplici, significa che dopo aver installato la patch di maggio 2026 su un Pixel 10, 10 Pro, 10 Pro XL o 10 Pro Fold, non sarà più materialmente possibile tornare indietro a una versione precedente di Android 16. La mossa, sebbene annunciata da Big G nella sua documentazione per sviluppatori per motivi di sicurezza (evitando che un malintenzionato possa ripristinare una build vecchia e piena di falle), trasforma di fatto il telefono in un sistema a senso unico. Chi effettua il flashing manuale di immagini personalizzate o chi semplicemente si trova a fronteggiare un bug critico introdotto dalla nuova release, scoprirà che la porta del “downgrade” è stata sbarrata dall’azienda di Mountain View.
Il rischio concreto del brick per i più smanettoni
La conseguenza pratica di questa scelta, al di là delle dichiarazioni di principio sulla sicurezza, è un irrigidimento notevole della libertà di manovra per una ristretta cerchia di utenti. Gli sviluppatori e i power user sanno bene che esiste un rischio non nullo, legato alla gestione degli slot del sistema (il meccanismo degli “aggiornamenti seamless”), per cui il telefono potrebbe teoricamente finire in uno stato di avvio impossibile, il cosiddetto “brick”. La procedura standard prevede l’esistenza di una partizione di fallback, che però conterrebbe ancora il bootloader vecchio, entrando in conflitto con la nuova versione e bloccando definitivamente il dispositivo. Le squadre tecniche di Google possiedono i tool interni per riparare questi danni, ma per l’utente finale o il piccolo sviluppatore che non dispone di queste chiavi di accesso, l’unico risultato dopo un tentativo di ripristino fallito sarebbe quello di ritrovarsi con un dispositivo costoso ridotto a un fermacarte. Una condizione, questa, che la società conosce bene ma che per il momento non ha intenzione di rendere reversibile tramite software pubblici.




