Piacentino uccide la moglie a coltellate, poi si consegna sulla tomba del figlio
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Redazione Interno
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Nel primo pomeriggio di venerdì 8 maggio, una telefonata al 112 ha spezzato la quiete di via Giulio Pastore, alla periferia di Piacenza. Dall’altra parte del ricevitore, la voce di Hako Vitanov, sessant’anni, cittadino macedone, ha pronunciato parole senza appello: «Ho ucciso mia moglie». I soccorritori, giunti sul posto insieme ai carabinieri e ai vigili del fuoco, hanno trovato l’abitazione al sesto piano sigillata dall’interno, un dettaglio che inizialmente ha fatto temere che l’uomo fosse ancora barricato dentro, forse armato. Per aggirare l’ostacolo, i pompieri hanno utilizzato un’autoscala raggiungendo il balcone e aprendo una via d’accesso dalla finestra: lì, in soggiorno, vicino al divano, giaceva il Corpo senza vita di Milena Vitanova, cinquantasei anni, ferite da arma da taglio e traumi alla testa a segnare la violenza dell’aggressione.
La fuga e il rituale funebre del carnefice
Dell’uomo, però, dopo quella confessione telefonica, si erano perse le tracce. Un vuoto che ha innescato una caccia all’uomo risoltasi soltanto un paio d’ore più tardi, in un luogo carico di dolore ancestrale: il Cimitero monumentale di Piacenza. È lì che i militari dell’Arma lo hanno rintracciato, nei pressi della tomba dove riposa uno dei cinque figli della coppia, Metodij, morto nel 2020 in un incidente stradale insieme a una cugina. L’auto che li trasportava, secondo le ricostruzioni, finì contro un albero e prese fuoco, lasciando una ferita che il tempo non ha mai chiuso. Sulla lastra che copre quella sepoltura, Vitanov ha tentato di unirsi al figlio: i carabinieri lo hanno fermato mentre era ferito ai polsi, dopo un tentativo di suicidio consumato con un taglio alle vene, e lo hanno affidato alle cure del 118 prima di trarlo in arresto.
L’intervento dei soccorsi e i rilievi sulla scena del crimine
La dinamica dell’omicidio, al momento ancora al centro degli accertamenti coordinati dalla magistratura, presenta alcuni particolari già acquisiti dagli investigatori. Sulla salma della donna, i primi rilievi hanno evidenziato plurime ferite da arma bianca, compatibili con il coltello rinvenuto accanto al nel soggiorno; la stessa vittima presentava tracce di un probabile tentativo di difesa, visibili sulle mani, il che lascia intendere che l’aggressione non sia stata fulminea quanto piuttosto un corpo a corpo consumato tra le mura domestiche. La porta dell’appartamento, chiusa dall’esterno dopo la fuga, ha costretto i vigili del fuoco a un accesso laterale, ma nessuno ha potuto fare altro per la cinquantaseienne, dichiarata morta sul posto dai sanitari del 118 intervenuti.
Tra violenza e lutto: le pieghe di una tragedia familiare
Quel che aggiunge uno strato di complessità a un fatto già di per sé atroce è l’intreccio con la precedente tragedia che aveva colpito i Vitanov. La perdita del figlio, avvenuta anni addietro, ha rappresentato per la famiglia un lutto devastante, eppure nulla, al momento, lascia ipotizzare un nesso diretto tra quel dolore e l’esplosione di violenza di venerdì. Gli inquirenti stanno cercando di ricostruire gli ultimi movimenti dell’uomo prima della fuga: pare che, poco prima di comporre il numero di emergenza, avesse accompagnato due dei quattro figli (altre fonti parlano di cinque figli in totale) a casa di uno zio che abita nelle vicinanze, come se volesse allontanarli dalla scena che stava per consumarsi. Un gesto, quello di mettere in salvo i ragazzi, che stride con la furia omicida riversata sulla madre, e che ora gli investigatori dovranno decifrare insieme al movente, ancora avvolto nel silenzio degli interrogatori e dei rilievi scientifici.




