Lame, supercar e tifo violento: che mondo lasciamo ai ragazzi?

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Prima di puntare il dito contro i giovani, forse varrebbe la pena chiedersi che esempio offrono gli adulti, in una società che spesso celebra l’apparenza, il successo facile e la sopraffazione. Quello che emerge dalla cronaca di questi giorni, soprattutto nelle ore in cui scuola e lavoro lasciano spazio al tempo libero, è un ritratto inquietante: istinti primordiali che riaffiorano, violenza che si mescola alla banalità del quotidiano.

L’ultimo episodio, quello che ha strappato la vita a Riccardo Claris, 26 anni, tifoso dell’Atalanta ed ex calciatore, è la sintesi perfetta di un malessere più ampio. Un unico colpo, sferrato con un coltello da cucina in ceramica, lo ha raggiunto alla schiena durante una lite tra tifosi atalantini e interisti nella notte tra sabato e domenica, a due passi dallo stadio Gewiss. La lama, conficcata con tale violenza da staccarsi dal manico, ha lasciato poco spazio ai soccorsi.

Jacopo De Simone, il diciannovenne che lo ha colpito, era incensurato. Ha dichiarato di aver agito per difendere il fratello, minacciato – a suo dire – con spranghe da un gruppo di tifosi. Ma la dinamica, ancora da chiarire nei dettagli, sembra partire da un coro di sfottò, una provocazione che si è trasformata in tragedia. Claris, laureato in Economia con un master in Lussemburgo e un lavoro in una finanziaria milanese, aveva alle spalle una carriera nelle giovanili dell’Albinoleffe e poi in squadre dilettantistiche. La sua morte riapre il dibattito sul tifo violento, ma anche su quanto poco serva, a volte, per far esplodere la rabbia.

Quello che colpisce, al di là delle dinamiche specifiche, è la normalità dei protagonisti: ragazzi con studi, prospettive, vite apparentemente lontane dagli stereotipi della criminalità. Eppure, bastano poche ore, una lite, una decisione irrevocabile, per trasformare tutto in un fatto di cronaca nera. La domanda, allora, non è solo cosa spinga un diciannovenne a impugnare un coltello, ma in che mondo sia cresciuto, quali modelli abbia interiorizzato. Perché la violenza, spesso, non nasce dal nulla: si nutre di esempi, di messaggi distorti, di un’idea di rivalsa che sembra diventata l’unico linguaggio comprensibile.

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