A Parma la rissa tra prof e studenti si infiamma con un secondo video e una controdenuncia
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Redazione Interno
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Quello che era stato liquidato come l’ennesimo episodio di violenza scolastica – tre studenti italiani di seconda generazione, rispettivamente di 17, 16 e 15 anni, finiti sui social mentre aggredivano due docenti nel parco adiacente all’Itis Leonardo da Vinci – si è trasformato in un groviglio giudiziario che, come spesso accade quando le registrazioni amatoriali si moltiplicano, rovescia almeno in parte le certezze iniziali.
Se da un lato la Procura per i minorenni di Bologna ha già aperto un’inchiesta (con tanto di perquisizioni e sequestro di cellulari e abiti), contestando a vario titolo violenze e minacce aggravate ai danni del personale scolastico nell’esercizio delle proprie funzioni, dall’altro l’attenzione si è spostata su un secondo filmato depositato dalla difesa, il cui contenuto sembra ridisegnare la dinamica del faccia a faccia.
La svolta delle immagini e l’accusa ai professori
È l’avvocata Claudia Pezzoni, legale del diciassettenne, a gettare benzina sul fuoco polemico: le nuove immagini, antecedenti a quelle già virali, mostrerebbero – secondo la sua ricostruzione – il docente invitare i ragazzi a seguirlo lontano dall’edificio scolastico, indicando proprio il parco dove poi è divampata la colluttazione. L’avvocata ha parlato chiaramente di necessità di “raccontare la storia tutta intera”, sottolineando come nei fotogrammi originali si vedesse solo la parte finale della contesa.
Forte di questa versione, la famiglia del maggiorenne ha deciso di procedere con una denuncia formale nei confronti degli insegnanti, spostando l’ago della bilancia da una presunta vittima a un possibile (sebbene ancora tutto da dimostrare) concorso di cause.
Le posizioni individuali e la strategia delle difese
Non si tratta però di un fronte unito, perché ogni nucleo familiare sta tentando di ritagliarsi la propria strategia processuale: mentre il minore di 15 anni deve rispondere anche di lesioni aggravate dall’uso di arma impropria (l’accusa sostiene che abbia colpito uno dei professori al torace con una fibbia metallica della cintura), il sedicenne difeso dall’avvocata Virginia Oddi insiste sulla propria estraneità ai fatti violenti, sostenendo di essersi limitato a separare i contendenti finendo addirittura per prenderne qualcuna.
Proprio quest’ultimo, nonostante i segni sul volto, avrebbe rifiutato di farsi refertare al Pronto soccorso, una scelta che la difesa interpreta come la prova della sua indole non aggressiva.
La scelta del professore e il peso dell’indagine automatica
A rendere il quadro ancora più asfissiante, in un’atmosfera che ormai ha perso ogni contorno di cronaca locale per diventare un caso nazionale di pedagogia e diritto, c’è la posizione fermissima del docente cinquantatreenne (quello che compare nel video mentre viene rincorso): intervistato dal Corriere della Sera, l’uomo ha ribadito con forza di non voler presentare alcuna denuncia (“Ho passato due ore in questura dove hanno cercato di convincermi, mi hanno quasi implorato, ma io la querela di parte per principio non la faccio”), insistendo sulla natura educativa della vicenda e sulla
Definizione di “lite degenerata” piuttosto che di aggressione premeditata. Nonostante questa volontà riparatrice, il meccanismo della legge Cartabia e del decreto sicurezza ha comunque innescato un procedimento d’ufficio, dato che il reato è stato commesso nei pressi di un istituto ai danni di chi vi lavora; il tribunale dei minori, quindi, procede a prescindere dal perdono dell’interessato, mentre la procura ordinaria valuterà le controdenunce sporte dai genitori verso i docenti.
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