L'Iran, Conte e il voto in Parlamento: la mancata condanna e le divisioni della sinistra

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La politica estera, che molti tendono a sottovalutare quando si trovano all'opposizione, rivela invece la sua natura di "brutta bestia" – con le sue regole ferree e le inevitabili responsabilità – nel momento in cui si governa. Un principio, questo, che vale per tutti, come dimostrano le inevitabili complessità che anche la Lega deve gestire quando si tratta di votare gli aiuti all'Ucraina, bilanciando dichiarazioni di parte con gli obblighi internazionali e, non da ultimo, con i valori di libertà che si intendono difendere. Una dinamica di calcolo e di realpolitik che, in queste ore, si è manifestata con trasparenza in un altro scenario delicato: quello del rapporto con l'Iran e la repressione del regime degli ayatollah.

La mossa dei pentastellati e la risoluzione "condizionata"

Proprio in merito alla questione iraniana, il Movimento 5 Stelle ha deciso di muoversi secondo una linea peculiare. Il partito, come si è appreso da fonti interne, si appresta infatti a depositare in commissione Esteri alla Camera una risoluzione a prima firma del suo leader, Giuseppe Conte, e condivisa anche da Nicola Fratoianni di Alleanza Verdi-Sinistra. Il documento, stando a quanto trapelato, impegna il governo a "scongiurare azioni militari unilaterali" al di fuori del diritto internazionale, spingendo piuttosto per una risposta diplomatica e sanzionatoria da parte degli organismi internazionali. Una premura, quella di legare le mani a possibili interventi esterni – chiaramente riferiti a un'ipotesi di azione statunitense – che è apparsa prioritaria rispetto a un'esplicita e immediata condanna delle violenze di Stato perpetrate a Teheran.

Il voto in Aula e la frattura nel centrosinistra

Questa impostazione ha prodotto un esito parlamentare significativo, che ha messo in luce le profonde divisioni che attraversano l'area progressista. In Aula, recentemente, è passata una mozione bipartisan di condanna della repressione in Iran, votata da tutti i gruppi con l'eccezione proprio del Movimento 5 Stelle. I pentastellati hanno motivato la loro scelta spiegando di aver richiesto, senza successo, l'inserimento nel testo di quella netta condanna preventiva verso qualsiasi azione militare straniera. Una richiesta che, di fatto, ha finito per condizionare il giudizio sull'intero documento, lasciando i parlamentari di Conte fuori da un atto di unità contro il regime. Un episodio che, al di là delle specifiche motivazioni, fotografa una sinistra incapace di trovare una parola comune persino di fronte a questioni di diritti umani fondamentali, frammentata tra diverse sensibilità e calcoli politici.

Le ambizioni di Conte e il quadro politico

Lo scenario si inserisce, del resto, in un momento di rinnovata visibilità per Giuseppe Conte, il cui nome è emerso in alcuni sondaggi come un potenziale competitor di Giorgia Meloni in una futura contesa elettorale. Una prospettiva che, a quanto pare, sembra aver alimentato le ambizioni del leader e avergli "dato alla testa", spingendolo a credere di poter incarnare il ruolo di capo di un "campo largo" alternativo al centrodestra. In questo contesto, ogni mossa parlamentare, compresa quella sulla delicata questione iraniana, viene osservata anche come un tassello nella costruzione di un profilo di statista, attento a bilanciare la difesa dei principi con una ferma opposizione a quelle che vengono definite "opere ciniche" di interventismo militare.

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