Supermercati, la domenica a rischio chiusura per la crisi dei consumi
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Redazione Economia
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La sbornia delle aperture domenicali, divenuta ormai un'abitudine consolidata per i consumatori, potrebbe presto giungere a un brusco risveglio, come dimostra, del resto, la recente chiusura del supermercato "Fogliolina" a Cremona, operativo soltanto per pochi mesi. Le parole di Ernesto Dalle Rive, presidente di Ancc-Coop, rilasciate al Sole 24 Ore, suonano come un monito concreto e non più rinviabile: la proposta di chiudere i punti vendita la domenica emerge, infatti, come una misura drastica ma necessaria per abbattere i costi operativi e arginare l'emorragia di margini in un contesto economico nazionale e internazionale definito, dalle rilevazioni dell'Ufficio Studi Coop, attraverso termini come "turbolenza" e "instabilità" da una larga maggioranza degli italiani. Un quadro globale che, inevitabilmente, si riflette sulle previsioni di spesa, le quali, secondo gli opinion leader, segnerebbero una crescita dello 0,3% nel 2026, ben al di sotto delle attese dell'Istat.
Il contesto economico che impone scelte drastiche
La debolezza strutturale dell'economia, con una crescita del Pil stimata allo 0,2% e consumi che arrancano, non lascia spazio a visioni ottimistiche e costringe la grande distribuzione a ripensare i propri modelli di business. I nuovi poli commerciali e le gallerie, simboli di un'espansione spesso incontrollata, devono fare i conti con una realtà fatta di vendite in flessione e costi, specialmente quelli del personale, sempre più difficili da sostenere. La chiusura domenicale, pertanto, non viene prospettata come un semplice ritorno al passato, bensì come una strategia di sopravvivenza per un settore che si trova a navigare in acque estremamente agitate, dove il risparmio sui costi fissi diventa l'unico faro per evitare il naufragio. Una misura che, se applicata, modificherebbe radicalmente le abitudini di acquisto delle famiglie, abituate da anni a considerare il weekend intero come momento deputato alla spesa.
Le ripercussioni sulla vita quotidiana e sul settore
Immaginare le saracinesche abbassate di domenica significa prefigurare un cambiamento sostanziale nella routine settimanale di milioni di persone, costrette a riorganizzare i propri tempi e a concentrare gli acquisti nei restanti sei giorni. Questo scenario, d'altro canto, riflette una freddezza dei consumi che va ben oltre il singolo reparto ortofrutta o il discount di quartiere, investendo l'intera catena del valore. La proposta, sebbene dolorosa, punta a salvaguardare la tenuta del sistema, scongiurando chiusure definitive che, come nel caso cremonese, lasciano sul territorio vuoti commerciali e disagi maggiori. La pressione sui margini, divenuta ormai insostenibile, richiede interventi incisivi, e il taglio di una giornata di apertura, con il relativo risparmio energetico e sul lavoro festivo, si configura come una delle leve più immediate su cui agire.
Uno scenario internazionale che amplifica le difficoltà
A gravare sul clima di fiducia dei consumatori contribuisce, non secondariamente, la percezione di un contesto geopolitico instabile, dove i giudizi negativi su figure di primo piano come Netanyahu, Putin e lo stesso presidente degli Stati Uniti Donald Trump aggiungono incertezza alle già fosche prospettive economiche. Questa mancanza di ottimismo, che paralizza gli animi e, di conseguenza, le volontà di spesa, rende vani gli sforzi di marketing e di ampliamento dell'offerta, spingendo gli operatori a concentrarsi esclusivamente sulla razionalizzazione. La chiusura domenicale si inserisce, dunque, in un puzzle complesso fatto di timori globali e numeri nazionali che non promettono facili soluzioni, delineando per il 2026 un avvio caratterizzato da scelte obbligate e da un necessario ridimensionamento delle aspettative.




