Il calcio italiano piange Eugenio Perico, storico difensore dell'Ascoli e dell'Atalanta
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Redazione Sport
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Il mondo del calcio, in particolare quello bergamasco, è immerso in un velo di tristezza per la scomparsa di Eugenio Perico, avvenuta all’età di 74 anni dopo un lungo periodo di malattia. Originario di Curno, Perico – che era nato nell’ottobre del 1951 – si è spento nella sua Bergamo, dove era ricoverato da tempo, dopo aver affrontato con dignità un male degenerativo che lo accompagnava ormai da un decennio. La sua carriera, come spesso accade per i calciatori di un’epoca in cui i legami con il territorio erano più saldi, si è intrecciata profondamente con la storia di due società, l’Ascoli e l’Atalanta, delle quali è diventato un punto di riferimento indiscusso, prima in campo e poi, ritiratosi, lungo le linee laterali dei campi di allenamento.
Dalla Dea all'Ascoli, il percorso di un bandiera
Cresciuto nel vivaio nerazzurro, dove compì tutta la trafila giovanile, Perico non riuscì inizialmente a esordire in prima squadra, partendo quindi per un girovagare, che qualcuno avrebbe definito di formazione, tra Spezia e Cremonese. Fu l’approdo nelle Marche, però, a segnare la sua affermazione definitiva nel calcio che conta: con la maglia dell’Ascoli, dal 1973 al 1981, il difensore mise insieme 236 presenze, un record assoluto per il club che ne sancì lo status di bandiera. In quel periodo, caratterizzato da una Serie A competitiva e dai grandi campionati, Perico costruì la sua reputazione di uomo d’ordine nella retroguardia, affidabile e dotato di un carattere forte, capace di guidare i compagni con l’esempio più che con le parole.
Il ritorno a Bergamo e il secondo capitolo in nerazzurro
Nel 1981, completata la sua esperienza marchigiana, fece ritorno all’Atalanta, coronando così il sogno di vestire la maglia della prima squadra della società che lo aveva cresciuto. Quei sei stagioni, che si conclusero con il suo ritiro dal calcio giocato nel 1987, rappresentarono la chiusura di un cerchio personale e professionale, durante le quali poté portare la sua esperienza in un ambiente a lui familiare. La sua figura, del resto, era già ben radicata nell’immaginario del tifoso bergamasco, che lo aveva seguito anche a distanza, riconoscendogli quella grinta e quella dedizione che sono tipiche di chi è nato e si è formato in quelle zone.
Dopo la carriera, l'impegno come educatore
La fine dell’attività agonistica non significò, per Perico, l’addio al mondo del pallone. La sua conoscenza del gioco e, soprattutto, la sua vocazione a trasmettere valori – quella che molti hanno definito una rara capacità di essere un “grande educatore” – lo portarono infatti a ricoprire il ruolo di allenatore nel settore giovanile dell’Atalanta. In quel compito, spesso lontano dai riflettori ma fondamentale per il futuro di qualsiasi società, impiegò gli anni successivi, contribuendo a formare nuove generazioni di calciatori, ai quali cercò di insegnare non solo i fondamentali tecnici ma anche l’importanza dell’impegno e della correttezza. La sua scomparsa lascia un vuoto proprio in quell’ambiente del vivaio che era stato la sua prima casa e al quale era ritornato, con un senso di circolarità e dedizione che pochi sanno mantenere.




