Porto in tempesta: lo yacht dell’ambasciatore Usa irrita l’Italia
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Redazione Interno
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La laguna di Venezia è stata teatro di un acceso confronto politico e sociale il 17 luglio, con l'arrivo del Boardwalk, il megayacht di Tilman Fertitta, ambasciatore statunitense in Italia. L'attracco in Riva dei Sette Martiri, avvenuto a mezzogiorno sotto la scorta della Guardia di Finanza e della Polizia, ha rappresentato il culmine di un tour di "diplomazia costiera" destinato a celebrare il 250esimo anniversario dell'indipendenza americana.
L'iniziativa, che toccherà tredici località costiere italiane, ha però generato un'immediata ondata di proteste, culminate in scontri con le forze dell'ordine nel pomeriggio, e ha catturato l'attenzione della stampa internazionale, con il Financial Times che ha dedicato la prima pagina dell'edizione europea all'evento, intitolandolo "Porto in tempesta: lo yacht del diplomatico Usa irrita l'Italia".
Il Boardwalk: un gigante dei mari in Laguna
Il Boardwalk, lungo 117 metri e alto 32, è un'imbarcazione di straordinarie dimensioni che, per fare un paragone con le misure locali, supera in altezza persino Palazzo Ducale. Con un valore stimato attorno ai 500 milioni di dollari, lo yacht è dotato di due eliporti e di ogni comfort per l'equipaggio di una cinquantina di persone e per gli ospiti illustri che Fertitta ha invitato a bordo per le tappe del suo tour.
L'ambasciatore, miliardario texano che ha costruito un impero nel settore alberghiero e della ristorazione e che possiede la franchigia NBA degli Houston Rockets, ha scelto il suo gioiello per condurre quella che ha definito una missione per "valorizzare la storia condivisa, la partnership economica e i legami culturali" tra Stati Uniti e Italia. La tappa veneziana coincide con uno degli appuntamenti più sentiti del calendario cittadino, la Festa del Redentore, il cui spettacolo pirotecnico nel Bacino di San Marco richiamerà in laguna circa 200.
000 persone, creando un mix esplosivo di suggestione e tensione.
La protesta e le ragioni di un malcontento diffuso
Già nel pomeriggio del 17 luglio, un corteo di oltre cinquecento manifestanti, partito dai centri sociali del Nordest, si è snodato per le calli con lo slogan "Venezia non si Usa", un gioco di parole che unisce l'identità della città all'acronimo degli Stati Uniti per esprimere un rifiuto categorico alla presenza dell'ambasciatore. I dimostranti, bloccati dai reparti mobili, hanno tentato di avvicinarsi allo yacht, generando scontri di breve durata.
A muovere la protesta non è solo la visione di un simile simbolo di ricchezza ostentato in una città che soffre per il turismo di massa e per le difficoltà economiche dei suoi residenti, ma anche e soprattutto un dissenso politico radicale verso l'amministrazione Trump. "Indigna la presenza di Fertitta - ha scritto in una nota il Laboratorio Occupato Morion - questi 117 metri attraccati a Venezia non riguardano solo Venezia città, ma contengono qualcosa di molto più grande: i valori americani che il tour estivo per i porti italiani ci vuole ricordare. quei 'valori' che hanno portato guerra in tutto il mondo, la complicità nel genocidio a Gaza, gli attacchi a Iran e Venezuela". I manifestanti hanno identificato Fertitta come un rappresentante della politica estera statunitense, ritenuta responsabile di alimentare conflitti e di aver innescato un aumento dei prezzi globali dell'energia. L'arrivo del Boardwalk è stato paragonato a un "ennesimo schiaffo" ai veneziani, riecheggiando le polemiche che lo scorso anno avevano accompagnato il matrimonio di lusso di Jeff Bezos in città.
Le implicazioni diplomatiche e i costi per l'Italia
La polemica ha assunto una dimensione politica e diplomatica di primo piano, tanto da finire sulle colonne del Financial Times. Il quotidiano inglese ha sottolineato come il tour abbia scatenato proteste non solo per il suo lato appariscente, ma anche per l'enorme operazione di sicurezza che grava sui contribuenti italiani, in un momento di già accesi attriti verbali tra il presidente Donald Trump e la premier Giorgia Meloni.
Di fronte alle critiche, il viceministro dell'Industria e del Commercio, Valentino Valentini, ha difeso la posizione del governo, spiegando che Roma è obbligata, in base alla Convenzione di Vienna, a garantire la sicurezza, la libertà e la dignità degli ambasciatori stranieri, anche attraverso la fornitura di una guardia speciale se necessario, senza tuttavia fornire una stima dei costi dell'operazione.
L'ambasciata statunitense e il Dipartimento di Stato americano non hanno commentato pubblicamente le critiche, mentre Fertitta, che nei giorni precedenti aveva risposto con una battuta alle proteste annunciate ("Perché non dovrei andare a Venezia? Per qualche manifestante?"), è rimasto in silenzio.




