Cori discriminatori e striscioni alla Roma-Napoli, quattromila tifosi azzurri sotto assedio verbale
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Redazione Sport
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Un clima teso, che oltrepassava la normale rivalità sportiva, ha avvolto l'Olimpico prima del fischio d'inizio dell'atteso big match. Ad alimentare le tensioni, un episodio verificatosi all'esterno dell'impianto, dove è stato affisso uno striscione che, inneggiando all'eruzione del Vesuvio, conteneva un esplicito riferimento all'attesa di un evento distruttivo. All'interno dello stadio, mentre la Curva Sud esponeva un proprio banner con una citazione tratta da una celebre canzone, che parla di vertigine come voglia di volare, l'atmosfera è rapidamente degenerata durante la fase di riscaldamento delle squadre. È in quel momento, infatti, che dai settori occupati dai sostenitori romanisti si sono levati cori di discriminazione territoriale, alcuni dei quali, di una violenza verbale inaudita, incitavano simbolicamente il vulcano a "lavare col fuoco" la città rivale.
La presenza azzurra nonostante il divieto
Ad assistere alla partita, seppur in una condizione di evidente difficoltà psicologica, si trovavano circa quattromila tifosi del Napoli, i quali, a causa del divieto di trasferta imposto dalle autorità, erano tutti residenti nella regione Lazio. Questa circostanza, che di per sé avrebbe dovuto garantire un controllo maggiore sulla situazione, non è bastata a impedire che si creasse un ambiente ostile, nel quale i cori offensivi hanno trovato ampio spazio, trasformando la serata calcistica in un'esperienza spiacevole per molti di loro. La vicenda, peraltro, non rappresenta un caso isolato nel panorama del calcio italiano, dove episodi di simile natura si ripetono con una frequenza che continua a suscitare allarme.
L'analisi del linguaggio ostile
I canti e lo striscione, al di là della loro immediatezza provocatoria, utilizzano un registro che va ben oltre la presa in giro agonistica, costruendo una narrazione fondata su un odio territoriale che attinge a stereotipi secolari. L'invito a un cataclisma naturale, presentato come una soluzione di pulizia etnica simbolica, e l'esplicito coro che dichiara odio verso l'intera città, configurano una modalità di tifo che si spinge nella sfera della discriminazione pura. Questi elementi, considerati nel loro insieme, disegnano una frattura profonda che il calcio, a volte, sembra amplificare piuttosto che sanare, diventando la cassa di risonanza di tensioni sociali mai del sopite.
Il contesto normativo e le possibili conseguenze
Dinamiche come quelle emerse all'Olimpico pongono seri interrogativi circa l'efficacia delle misure di prevenzione, tra cui il divieto di trasferta, il quale, se da un lato limita gli spostamenti fisici dei supporter, dall'altro non sembra in grado di arginare la diffusione di certi linguaggi. L'episodio, com'è prassi in simili circostanze, sarà molto probabilmente oggetto di un esame da parte degli organi di giustizia sportiva, i quali dovranno valutare la condotta della società romanista alla luce dei regolamenti che puniscono gli atti di discriminazione. La gravità dei cori, del resto, è tale da rendere quasi scontata l'apertura di un procedimento disciplinare, con tutto quello che ne può conseguire in termini di sanzioni.




