Borsa, seduta nera per l'Europa: Milano la peggiore con il -1,44%. Crolla Fincantieri dopo l'aumento di capitale

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il clima di cautela che da settimane avvolge i mercati del Vecchio continente si è trasformato oggi in un deciso sell-off, con gli indici che hanno abbandonato i massimi della vigilia per tuffarsi in rosso. A pesare sul sentiment degli investitori, già provati da una stagione di trimestrali che ha mostrato più di un segnale di cedimento, è tornata con prepotenza la variabile geopolitica: l'ipotesi, sempre più concreta, di un intervento militare americano ai danni dell'Iran ha risvegliato vecchi incubi legati alla stabilità dell'intera area mediorientale. La nuova amministrazione Trump, va ricordato, non ha mai nascosto la propria linea dura nei confronti di Teheran, e le voci di possibili attacchi imminenti hanno innescato una ridda di vendite sui listini azionari. Si tratta di un meccanismo ormai noto: quando la tensione internazionale sale, la propensione al rischio scende e gli operatori fuggono verso beni rifugio, lasciando le piazze finanziarie in balia dei ribassi.

Piazza Affari, in questo contesto, ha pagato il prezzo più salato tra le principali borse europee. Il Ftse Mib ha chiuso le contrattazioni con un calo secco dell'1,44%, attestandosi a quota 45.704 punti, un dato che fotografa con precisione il nervosismo degli operatori. Meglio, ma pur sempre in negativo, hanno fatto le altre piazze: Madrid ha lasciato sul terreno lo 0,9%, mentre Parigi e Francoforte hanno ceduto entrambe lo 0,7%. Il dato, al netto delle performance dei singoli titoni, racconta di un'Europa intera sotto scacco, incapace di reagire a una combinazione micidiale fatta di conti societari deludenti e di un orizzonte politico internazionale che si fa di ora in ora più fosco. E, come se non bastasse, anche i future di Wall Street viaggiavano in territorio negativo, preannunciando un'avvio di seduta in rosso oltreoceano in attesa dei dati settimanali sui sussidi di disoccupazione.

Petrolio e gas alle stelle, trimestrali sotto la lente: il caso Fincantieri affonda a Milano

A fare da contraltare al malessere delle borse, c'è l'impennata delle materie prime energetiche, un classico in scenari di crisi come quello attuale. La prospettiva di un conflitto che coinvolga direttamente l'Iran, uno dei principali produttori mondiali di greggio, ha fatto schizzare le quotazioni del petrolio: il Wti americano è balzato a 66,5 dollari al barile, mentre il Brent del Mare del Nord ha toccato quota 71,7 dollari. Non è andata meglio per il gas naturale, che ha visto un vero e proprio exploit con un rincaro dell'8,5% che lo ha portato a superare abbondantemente la soglia dei 34 euro al megawattora. Un balzo, quest'ultimo, che riaccende i riflettori sulla dipendenza energetica europea e sulla vulnerabilità delle forniture, un tema che si pensava sopito ma che la geopolitica ha prontamente riportato d'attualità.

Sul fronte societario, lo scenario è stato aggravato da alcune trimestrali decisamente sotto le aspettative. In Francia, Airbus ha ceduto circa il 5% dopo aver diffuso i conti del 2025, accompagnati da indicazioni caute per il futuro; nello stesso comparto, Renault è scivolata del 5,8%, trascinando con sé l'intero settore auto. A Londra, è stata la volta di Rio Tinto, con un calo del 3,5% legato ai risultati appena pubblicati. A Milano, però, l'epicentro del terremoto è stato un altro: Fincantieri ha letteralmente crollato del 9% dopo l'operazione di aumento di capitale. La società, come si legge nei documenti ufficiali, ha collocato il 10% del capitale a 15,32 euro per azione, incassando poco meno di 500 milioni di euro. Un'operazione che, stando a quanto dichiarato dal cda, non è finalizzata a ridurre l'indebitamento ma a garantire maggiore flessibilità finanziaria e a sostenere il nuovo piano industriale, oltre ad aumentare il flottante. Il mercato, però, non ha gradito la diluizione, e la reazione è stata una delle peggiori dell'intera seduta.

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