Parigi dice no alla cittadinanza onoraria per Francesca Albanese, non bastano le rettifiche Usa

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il Consiglio di Parigi ha sepolto sotto una valanga di 76 voti contrari la proposta, avanzata dai comunisti di La France Insoumise, di concedere la cittadinanza onoraria a Francesca Albanese. La relatrice speciale dell’Onu per i territori palestinesi occupati, nonostante il recente dietrofront di Washington che l’ha rimossa dalla lista nera del Tesoro americano, non ha dunque convinto la capitale transalpina. Un’assemblea, quella parigina, che ha visto schierarsi per la bocciatura non solo i gruppi di maggioranza come MoDem e Renaissance, ma anche i socialisti e i repubblicani, mentre solo 48 consiglieri hanno votato a favore di un riconoscimento che, nelle settimane precedenti, era già stato respinto da numerose città italiane.

Lo stop americano alle sanzioni, un avviso pubblicato dal Tesoro

Proprio mentre Parigi chiudeva la porta al simbolico riconoscimento, dagli Stati Uniti arrivava un segnale opposto ma, a quanto pare, non sufficiente a ribaltare i giudizi politici europei. Il Dipartimento del Tesoro americano ha infatti pubblicato sul proprio sito un avviso – conseguenza diretta di una sentenza di un tribunale distrettuale di Washington – che sancisce la rimozione di Francesca Albanese dalla lista delle persone soggette a sanzioni. Quella lista, lo si ricorderà, le aveva imposto un blocco patrimoniale globale, con pesanti ripercussioni sulla sua vita privata e familiare, oltre che sulla libertà di espressione; un tribunale ha stabilito che proprio quest’ultima violazione era intollerabile, ordinando la sospensione delle misure restrittive. La revoca, ufficializzata senza particolari annunci trionfali, cancella di fatto un ostacolo giudiziario che aveva messo in difficoltà l’intera attività della relatrice Onu.

Una doppia bocciatura che racconta le fratture politiche

Se da un lato la magistratura americana ha riconosciuto un eccesso nelle sanzioni – ripristinando, almeno sulla carta, la piena operatività della Albanese – dall’altro il fronte europeo delle amministrazioni locali sembra impermeabile a queste rettifiche. A Parigi, il voto contrario non è stato una semplice formalità: la proposta della sinistra radicale è affondata con un margine netto (76 contro 48), e non sono mancate le dichiarazioni critiche, come quella di Gozi che ha sottolineato come “la città non possa premiare posizioni radicali”. Un’osservazione, la sua, che rimanda a un giudizio di merito sulle dichiarazioni pubbliche della relatrice, piuttosto che alla sua posizione formale all’interno del sistema Nazioni Unite. Il fatto che il provvedimento fosse in discussione proprio mentre veniva meno la principale ritorsione americana rende il verdetto parigino ancora più emblematico: i sì (solo 48) non sono bastati a sfiorare la maggioranza, e i gruppi più moderati hanno preferito mantenere le distanze.

Dalle città italiane alla Francia, un fronte compatto del rifiuto

L’esito parigino, del resto, si inserisce in un solco già tracciato da numerosi comuni italiani – da quelli di centrosinistra a quelli amministrati da coalizioni diverse – che nelle scorse settimane avevano analogamente bocciato mozioni simili. Nessuna di quelle deliberazioni, va detto, aveva potuto contare su un elemento come la revoca delle sanzioni Usa, che pure è arrivata quando ormai il dibattito francese era in corso. Eppure, né la sentenza del tribunale di Washington né l’aggiornamento della black list del Tesoro hanno scalfito la posizione della maggioranza del Consiglio parigino. I 76 voti contrari rappresentano, per chi aveva proposto la cittadinanza onoraria, un segnale politico chiaro: la figura della relatrice, le sue posizioni pubbliche e la percezione della sua impartialità restano oggetto di un giudizio severo, indipendentemente dalle vicende giudiziarie oltreoceano. L’avviso del Dipartimento del Tesoro, sebbene abbia restituito alla Albanese la libertà da vincoli patrimoniali, non ha cioè prodotto alcun effetto immediato sul piano del consenso simbolico.

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