Pep Guardiola chiude il ciclo al Manchester City: «Niente è eterno»

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Non chiedetegli il motivo preciso, perché forse nemmeno lui saprebbe indicarlo con esattezza, ma Pep Guardiola, nell’annunciare il suo addio al Manchester City al termine di questa stagione, ha voluto lasciare un messaggio chiaro a chi ha condiviso questo decennio trionfale: «Niente è eterno. Se lo fosse, resterei qui». Il tecnico catalano, che domenica siederà per l’ultima volta sulla panchina dei Citizens contro l’Aston Villa, ha trasformato un club che cercava prestigio in una potenza globale capace di vincere sei Premier League e una storica Champions League, ma ora ha deciso che è giunto il momento di fermarsi, di «fare un passo indietro» per ritrovare quelle energie che, come ha confessato, sente di non avere più per sostenere il ritmo forsennato del calcio che conta.

Un addio programmato e un futuro da ambasciatore

La notizia, arrivata alla vigilia dell’ultima giornata di campionato, ha sorpreso solo chi ancora credeva che Guardiola volesse onorare l’ultimo anno del suo contratto. Lui, invece, ha scelto il terreno di casa per comunicarlo, prima ai suoi giocatori nella mattinata di venerdì e poi al mondo intero attraverso un video che aveva il sapore di una lettera d’amore più che di un comunicato stampa. Non si tratta, però, di un addio secco: il legame con la proprietà emiratina non si spezzerà. Il cinquantacinquenne assumerà infatti il ruolo di Global Ambassador per il City Football Group, una poltrona che gli permetterà di offrire consulenza tecnica ai club della galassia – dal Girona al Palermo, dal New York City FC al Melbourne City – senza più la pressione della panchina. Una sorta di «restiamo amici» istituzionale, insomma, che gli garantirà continuità economica e un ruolo da chioccia per i progetti futuri del gruppo.

L’eredità di un decennio irripetibile

Quando arrivò nell’estate del 2016, ereditato da Manuel Pellegrini, il Manchester City era un club ricco ma ancora alla ricerca di una propria identità europea, costantemente nell’ombra ingombrante del Manchester United e dei suoi «Red Devils». Guardiola ha ribaltato quella narrazione. Senza urla né sceneggiate, con quella sua ossessione maniacale per il possesso palla e la pressione alta, ha vinto venti trofei e ha imposto uno stile che ha influenzato l’intera Premier League, rendendo il campionato inglese – già equilibrato e livellato verso l’alto – un palcoscenico dove il City è diventato il mattatore indiscusso. Il presidente Khaldoon Al Mubarak ha parlato di «evoluzione irreversibile», un concetto che restituisce bene l’idea di quanto il lavoro del catalano abbia cambiato la struttura stessa del club, ben oltre i titoli e i record dei cento punti. Lo stesso Guardiola, nel suo commiato, ha voluto citare l’attentato alla Manchester Arena e la perdita della madre durante il Covid, per sottolineare come il rapporto con la città sia andato molto al di là del mero aspetto professionale.

Il bisogno di fermarsi e il sipario finale

La decisione, per quanto meditata, porta con sé un retrogusto di stanchezza che Guardiola non ha nascosto. «Non ho programmi di allenare per un po’», ha ribadito, quasi a voler chiudere immediatamente le porte a qualsiasi suggestione su un suo futuro sulla panchina dell’Italia o di altre nazionali. Forse, come accadde dopo l’esperienza al Barcellona, lo aspetta un anno sabbatico a New York lontano dai campi, per ricaricare la mente. Quella di domenica sarà dunque una cerimonia di commiato più che una semplice partita, l’occasione per ringraziare un uomo che ha rivoluzionato il concetto di calcio in Inghilterra e che, citando gli Oasis – la band mancuniana che ha accompagnato la sua avventura fin dalla prima intervista con Noel Gallagher – ha chiuso con un «Siate felici, almeno loro sono tornati». Un modo per stemperare la malinconia di una separazione che, a conti fatti, segna la fine di un’era per il calcio moderno.

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