La Francia di Macron e il vicolo cieco della crisi politica

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La Francia, che alcuni osservatori internazionali non esitano a definire il "nuovo malato d'Europa", si trova a navigare in acque politiche insidiose, la cui pericolosità è amplificata da una crisi finanziaria che, lungi dall'essere un problema separato, ne è il diretto derivato. L'incubo di un contagio istituzionale, che mina la stabilità di uno dei Paesi fondatori dell'Unione, prende corpo dall'evidente ingovernabilità che paralizza Parigi. Il presidente Emmanuel Macron, il quale non è riuscito a dare una risposta convincente alla profonda crisi d'identità che attanaglia i francesi, si ritrova ora a dover fronteggiare una tempesta perfetta fatta di debito pubblico alle stelle e di un progetto europeo che stenta a decollare.

L'origine di questo malessere, per un paradosso tutto linguistico, affonda le sue radici in quella strategia del "cordone sanitario" costruita per isolare l'estrema destra. Una strategia che, con il passare del tempo, ha progressivamente perso la sua efficacia e la sua stessa legittimazione, logorando il tessuto politico e creando le premesse per l'attuale stallo. Il risultato è un'arena politica frammentata dove qualsiasi maggioranza appare precaria e dove il governo fatica a trovare un appoggio solido per portare avanti la sua agenda.

In questo clima di sostanziale paralisi, le mosse del primo ministro François Bayrou appaiono sempre più come un tentativo disperato di scongiurare il peggio. La sua richiesta di un voto di fiducia, fissato per l'8 settembre, nasceva dalla speranza di costringere i partiti a un sostegno dettato dalla responsabilità, per evitare il collasso con le sue inevitabili e gravi ricadute finanziarie. Una speranza che, tuttavia, si scontra con una realtà ben più dura e cinica. Raphael Glucksmann, esponente di spicco di Place publique, ha tagliato corto con brutale franchezza: «L’annuncio del voto dell’8 settembre ha cancellato ogni possibilità di negoziato», dichiarando che il suo gruppo non intende «firmare assegni in bianco».

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