L'intelligenza artificiale corre nelle imprese italiane, ma i divari restano profondi
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Redazione Economia
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Gli ultimi dati Istat, che fotografano la situazione per l'anno 2025, disegnano un panorama a doppia velocità per la digitalizzazione del sistema produttivo nazionale. Da un lato, si registra infatti un’accelerazione decisa, quasi un raddoppio nell'adozione di soluzioni basate sull'intelligenza artificiale, con la quota di aziende con almeno dieci addetti che ne utilizza almeno una tecnologia salita al 16,4%. Una progressione netta, se si considera che solo un anno prima la percentuale si attestava all’8,2% e, nel 2023, non superava il 5%. Questo balzo in avanti, che coinvolge anche l'impiego del cloud computing e una gestione più strutturata dei dati, sembra rispondere all'urgenza percepita a livello globale, dove l'AI è ormai vista come la tecnologia destinata a segnare il futuro più di qualsiasi altra.
La corsa non uniforme del digitale
Nonostante l'ottimismo dei numeri aggregati, l’analisi del rapporto rivela criticità profonde e persistenti, legate soprattutto alla dimensione aziendale. Le grandi imprese, dotate di risorse finanziarie e umane maggiori, guidano infatti la transizione, lasciando indietro una fetta consistente del tessuto produttivo italiano, storicamente caratterizzato dalla piccola e media dimensione. È proprio questo divario a porre una seria ipoteca sul raggiungimento degli obiettivi fissati dal “Decennio Digitale europeo”, il cui successo dipende da una trasformazione capillare e inclusiva. Alcuni, nel settore, evidenziano come il rischio maggiore per un leader aziendale non sia tanto quello di imboccare una strada imperfetta nell'implementazione dell'IA, ma quello di rimanere in attesa di una strategia ideale e definitiva, mentre il mercato evolve rapidamente.
Il nodo cruciale delle competenze mancanti
Accanto al gap dimensionale, emerge con forza un altro ostacolo sistemico: la carenza di professionalità adeguate. La diffusione tecnologica, per quanto rapida, non si traduce automaticamente in un uso maturo ed efficace se non è supportata da competenze specialistiche interne. La mancanza di figure in grado di governare, sviluppare e mantenere questi sistemi avanzati rischia di limitare gli investimenti a sperimentazioni isolate o di relegare le aziende a un ruolo di semplici utilizzatrici passive. Questo scenario, per molti versi, riflette una tendenza più ampia che vede l'Europa oscillare tra entusiasmo per le potenzialità dell'innovazione e uno scetticismo pragmatico dettato da lacune strutturali.
Oltre i numeri: l’integrazione reale
La vera misura della trasformazione, del resto, non sarà data dalla percentuale di aziende che dichiarano di usare un tool di intelligenza artificiale, ma da come questa tecnologia verrà integrata nei processi core, diventando leva per l’innovazione di prodotto, l’efficienza operativa e la creazione di nuovo valore. I dati sull’intensità digitale, sebbene utili per tracciare una tendenza, raccontano solo una parte della storia. Il percorso che porta dall’adozione all’assimilazione profonda è lungo e richiede, oltre agli investimenti in software e hardware, un cambiamento culturale e organizzativo che molte realtà faticano ancora a mettere in campo, pur nella consapevolezza che il treno della quarta rivoluzione industriale è ormai in movimento.




