Se lo stupratore è un intoccabile, il potere lo sostiene: il caso del primario di Piacenza

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La sensazione di impunità che avvolge certi casi di violenza sessuale non nasce dal vuoto, ma si nutre di omertà e di una cortina fumogena che protegge chi detiene prestigio sociale. Le femministe lo ripetono da anni: lo stupro viene percepito in modo diverso a seconda che a commetterlo sia un emarginato, un immigrato o, al contrario, un uomo inserito in posizioni di potere. Più l’aggressore sale nella gerarchia sociale, più il crimine diventa invisibile, e meno le vittime trovano il coraggio – o l’ascolto – per denunciare.

A Piacenza, il caso del primario di radiologia Emanuele Michieletti ha squarciato questo velo, rivelando un sistema di abusi che per anni è stato tacitamente accettato. «Tutti noi abbiamo dato per scontati atteggiamenti che solo qui sembravano normali», confessano oggi colleghi e collaboratori in chat private. Le intercettazioni ambientali, durate 45 giorni, hanno documentato 32 episodi tra molestie, rapporti sessuali imposti e atti orali, dipingendo il ritratto di un uomo la cui sessualità era ormai svincolata dal piacere o dalla relazione, trasformandosi in puro strumento di dominio. «Di fatto, compiva atti sessuali con quasi tutte le donne che varcavano da sole la porta del suo ufficio», raccontano fonti vicine all’inchiesta.

Michieletti, descritto come un «padre padrone», disponeva del personale a suo piacimento, condizionando turni e carriere, mentre le «mani sotto i vestiti» erano solo una delle tante forme di sopruso quotidiano. Eppure, nessuno ha parlato per anni. «Era protetto a livelli alti», spiegano alcuni medici, e in reparto «ci sono ancora le sue fedelissime». Una rete di complicità che spiega il silenzio, ma anche la difficoltà di rompere un meccanismo in cui il sesso diventa esercizio di potere, anestetico emotivo, o risposta a conflitti interiori mai affrontati.

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