Lo scirocco (civico) che spazza via il campo largo: a Venezia i partiti contano meno delle briciole

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Se i freddi numeri dovessero suggerire al “campo largo” di Elly Schlein (e ai suoi alleati di viaggio) i rischi enormi che si corrono quando si vende la pelle dell’orso prima ancora di averlo catturato, quegli stessi identici numeri – e sarebbe un errore madornale ignorarlo – dovrebbero indurre una seria, dolorosa riflessione anche in chi, dall’altra parte della barricata, sta già ballando sul carro dei vincitori tra cerchi di fumo e abbracci di convenienza.

Perché a Venezia, dove l’acqua alta della politica nazionale sembrava dover travolgere gli argini del governo, a fare il pieno (un pieno schiacciante, pari al 30,11%) non è stato un partito strutturato, bensì la lista puramente personale di “Simone Venturini Sindaco”.

Nel frattempo, i partiti cosiddetti “tradizionali” della coalizione che pur sosteneva il neosindaco? Fratelli d’Italia si è fermato a un dignitoso ma non esaltante 12,90%; la Lega, un tempo signora incontrastata della Laguna, arranca miseramente al 4,73%; Forza Italia raschia appena il 2,49%, e l’UdC addirittura un omeopatico 0,79% che sa più di reliquia storica che di consenso attuale.

La morte (annunciata e poi rinviata) del centrodestra non è passata da Venezia

Contrariamente a quanto molti – troppi – avevano pronosticato in una sorta di ebrezza da salotto televisivo, la tanto attesa “spallata” in grado di mandare a casa la presidente del Consiglio Giorgia Meloni semplicemente non è arrivata dalle acque della Serenissima. Anzi, a guardare bene il bicchiero, qualcuno potrebbe azzardare che sia successo esattamente il contrario.

Per comprendere il fenomeno, bisogna osservare il dato politico più profondo: l’elettorato, anche quello tradizionalmente di centrodestra, ha scelto di disertare le urne per i partiti nazionali (o quasi) per confluire in massa nel contenitore del candidato sindaco, premiando quella che viene definita da molti analisti come una “proposta non ideologica” e ferocemente territoriale.

Il risultato che ne è scaturito disegna una geografia politica inedita per Venezia: i partiti nazionali, sia quelli che hanno sostenuto Venturini sia (e soprattutto) quelli che avrebbero dovuto trainare Andrea Martella, si sono ritrovati a giocare il ruolo delle comparse, dei gregari, mentre il protagonista indiscusso era ed è rimasto il civismo, quella capacità di parlare direttamente alla città senza passare per le filiere logore e spesso litigiose delle segreterie romane.

Non si tratta, quindi, di una semplice vittoria del centrodestra, quanto piuttosto di una clamorosa débâcle della politica dei simboli e delle appartenenze rigide.

Il Pd e la sinistra: dalla marcia trionfale dei pronostici al disastro delle urne

Se per la destra si tratta di una gioia comunque temperata dal ridimensionamento dei partiti, per il centrosinistra – e qui non ci sono giri di parole possibili – la batosta ha assunto le proporzioni di una vera e propria catastrofe annunciata. Non avrebbe dovuto essere questo turno elettorale, infatti, l’ultimo giro di boa da percorrere come una marcia trionfale? La narrazione confezionata da Elly Schlein e dai suoi sodali era chiara: dopo la vittoria del No al referendum sulla giustizia, il vento era cambiato.

E allora perché non cominciare a spegnere i riflettori proprio dallo scenario suggestivo di Venezia? È così che l’hanno raccontata, almeno fino al giorno del voto. In Laguna si erano riversati in massa i big del “campo larghissimo”: Giuseppe Conte, Matteo Renzi e naturalmente la stessa segretaria dem, la quale, durante un comizio tenuto accanto al suo candidato Andrea Martella (senatore e segretario regionale del partito in Veneto), aveva tuonato a gran voce che «da qui mandiamo a casa Meloni».

Peccato che la realtà, come spesso accade, abbia preferito prendere un’altra direzione, più amara e cruda. Il candidato Martella, che molti davano già per vincente e che lo stesso esponente dem Roberto Morassut aveva pubblicamente felicitato in anticipo per il “successo” imminente, si è ritrovato con un pugno di mosche in mano e una percentuale di consensi (siamo intorno al 37%) che non solo non è bastata per vincere, ma che rappresenta un arretramento netto rispetto alle ardenti previsioni della vigilia.

Il paradosso della laguna: i numeri che smentiscono la propaganda

La morale, se di morale si può parlare in un contesto di conteggio arido di schede, si evince laddove i tentativi (pedissequi e spesso goffi) di inculcare agli elettori una determinata narrazione propagandistica sono miseramente falliti. Le menti dei cittadini, in un contesto di massima libertà democratica, hanno dimostrato di sapersi distinguere, e benissimo, tra chi vende fumo e chi invece presenta credenziali di serietà sul territorio.

Per capire l’entità del disastro nel fronte progressista basta osservare alcuni dati secondari che, seppur marginali nel computo totale, fotografano uno stato d’animo. Ad aver retto meglio di tutti, o per meglio dire a essere sprofondato meno degli altri, è stato il solo Partito Democratico (che comunque ha visto eroso il suo ruolo di traino) mentre gli alleati minori, in particolare il Movimento 5 Stelle, sono letteralmente evaporati: si parla di una media di appena il 2,6% nella stessa Venezia.

Un crollo verticale che lascia intendere come l’alleanza strutturale tra Schlein e Conte, per come è stata costruita in vista delle Politiche 2027, poggi su fondamenta di sabbia lagunare. Il “campo largo”, insomma, si è rivelato più un “campo santo” per le ambizioni della sinistra, dove le correnti interne – come riportano le cronache del dopo-voto – già affilano i coltelli per chiedere un cambio di passo e una segretaria che, per paradosso, si sottrae all’analisi delle sconfitte per non pagarne le conseguenze.

E così, mentre il vincitore Venturini gode del suo plebiscito personale (il più giovane sindaco della storia della città), la politica tradizionale arretra, confinata in un angolo, ridotta a comparsa silenziosa di un teatrino che non controlla più.

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