La nuova serie di Taylor Sheridan è un western intimo, ma i critici sono divisi tra chi la promuove e chi la boccia

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Con l’approdo su Paramount+ di The Madison, il nuovo lavoro di Taylor Sheridan, il pubblico degli orfani di Yellowstone si trova di fronte a un bivio narrativo che la critica internazionale ha già iniziato a esplorore, spesso con conclusioni diametralmente opposte. La serie, che vede nel cast Michelle Pfeiffer e Kurt Russell tornare sul set insieme a distanza di quasi quarant’anni da Tequila Connection, sposta l’asse del racconto dai conflitti territoriali dei Dutton a un dramma familiare più raccolto, incentrato sull’elaborazione del lutto. La premessa vede la famiglia Clyburn, sradicata dall’Upper East Side di Manhattan e proiettata nella vastità rurale del Montana, fare i conti con una tragedia improvvisa che ne sconvolge gli equilibri, un evento traumatico che la produzione ha cercato di mantenere segreto in fase di promozione ma che, come rivelato dalle prime puntate, coincide con la morte del patriarca interpretato da Russell.

Se l’ombra di Yellowstone è lunga e ingombrante, Sheridan sembra aver tentato una strada diversa, scegliendo di mettere da parte le epiche faide per il controllo della terra a favore di una lente più intima. La regista Christina Alexandra Voros, che ha diretto tutti e sei gli episodi, ha spiegato che il punto in comune con il prequel è prevalentemente geografico, ovvero il paesaggio del Montana, qui osservato però con una sensibilità differente. Ed è proprio su questo scarto narrativo che si concentrano le prime valutazioni: su Rotten Tomatoes, la serie ha ottenuto un punteggio che si attesta intorno all’80%, un dato che suggerisce un'accoglienza positiva ma non priva di riserve. Chi l’ha promossa, come Ana Dumaraog di ScreenRant, parla di un anti-Yellowstone necessario, capace di frantumare la formula consueta del neo-western per offrire una storia che punta tutto sulla resilienza emotiva e sulla trasformazione dei personaggi.

La prova attoriale della Pfeiffer emerge come il perno attorno a cui ruota l’intera architettura dello show. Nel ruolo di Stacy Clyburn, l'attrice incarna una "topa di città", per usare le sue stesse parole, costretta a navigare un dolore che la regista descrive come capace di infrangere il vetro e il cuore. La sua interpretazione regge l’urto di una scrittura che, secondo alcuni, vacilla quando non è sorretta dalla sua presenza scenica. Kurt Russell, nonostante il suo personaggio esca di scena prematuramente, lascia il segno con un ritratto maschile che incarna la nostalgia per una frontiera autentica, lontana dalle mode metropolitane come la Peloton derisa dal genero in città.

Il fantasma di New York e lo scontro culturale che divide la critica

Non tutta la stampa, però, si è mostrata benevola. Una frangia di critici ha puntato il dito contro quella che viene percepita come una rappresentazione caricaturale e ideologica di New York, funzionale a esaltare, per contrasto, la purezza dei valori rurali. In una delle prime scene ambientate a Manhattan, una delle figlie viene aggredita e rapinata per strada da uno sconosciuto sotto lo sguardo indifferente dei passanti, un episodio letto da alcuni osservatori come una stereotipata visione da talk show conservatore della metropoli. La contrapposizione, secondo queste voci, sarebbe fin troppo manichea: da un lato una metropoli caotica, effimera e moralmente in bancarotta, dall’altro un Montana dove il tempo sembra essersi fermato, fatto di ranch, silenzi e autenticità.

Questa dicotomia, se da un lato serve a Sheridan per sottolineare lo spaesamento dei protagonisti, dall’altro rischia di appiattire la complessità del racconto. La serie mette in scena personaggi cittadini quasi sempre fuori luogo, come la giovane nipote che offende un vicino cowboy definendo "razzista" il nome di un piatto tipico, o il marito di una delle figlie, descritto come un "soyboi" succube della moglie e dipendente dalla tecnologia. Sono scelte narrative che, per alcuni, trasformano il dramma in una satira involontaria, minando la credibilità del pathos che si cerca di costruire attorno al lutto della matriarca.

Un alchimia consolidata e location maestose

A fare da contrappeso alle debolezze strutturali della trama ci pensano i paesaggi mozzafiato della Madison River Valley, nel sud-ovest del Montana, veri e propri co-protagonisti silenziosi della vicenda. Le riprese si sono svolte in luoghi iconici come Ennis, Bozeman e il KG Ranch a Three Forks, dove la troupe ha convissuto con un ranch di 800 mucche, creando un cortocircuito tra la finzione hollywoodiana e la realtà rurale più autentica. Per le scene ambientate a New York, invece, la produzione ha scelto Dallas e Fort Worth, in Texas, allestendo le strade con taxi gialli per simulare la Grande Mela.

Al centro di questo affresco paesaggistico, la sintonia tra i due protagonisti rimane uno degli aspetti più convincenti. Michelle Pfeiffer ha raccontato di essersi affidata completamente a Sheridan senza aver letto una riga di copione, spinta dalla fiducia nel suo "track record". Per Kurt Russell, invece, tornare a recitare con la Pfeiffer è stato come un ritorno a casa, un sentimento che ha reso la lavorazione più fluida nonostante le difficoltà di un calendario di riprese frammentato. Il loro legame, cementato quarant'anni fa sul set di Tequila Connection, emerge con naturalezza, e anche se il loro tempo insieme sullo schermo in questa serie è limitato, la chimica passata e presente funge da fondamento emotivo per il dolore che la famiglia Clyburn deve affrontare.

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