Il decreto Energia, Unimpresa rivede al rialzo l’impatto: possibile una stangata da 7 miliardi per famiglie e imprese
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
L’approvazione del decreto Energia, avvenuta mercoledì 18 febbraio in Consiglio dei ministri, non ha affatto placato il dibattito, tutt’altro, sulle reali conseguenze che il provvedimento avrà sulle tasche degli italiani e sulla tenuta del sistema produttivo. Mentre l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni, con il ministro Gilberto Pichetto Fratin in prima fila, quantifica l’intervento in un pacchetto da oltre 5 miliardi di euro per contenere il caro bollette, l’associazione Unimpresa ha diffuso una stima ben più Corposa e preoccupante. Secondo i calcoli dell’organizzazione, l’impatto complessivo del decreto, se si considerano non solo i trasferimenti diretti in bolletta ma anche gli effetti sistemici che si riverbereranno sulle dinamiche di prezzo all’ingrosso di luce e gas, potrebbe raggiungere quota 7 miliardi di euro nel solo biennio 2026-2027. Una previsione, questa, che supera le stesse valutazioni dell’Esecutivo e che getta un’ombra sulla reale portata degli sgravi promessi, alimentando il sospetto che, dietro ai bonus, si nascondano meccanismi di compensazione che finiranno per gravare nuovamente sui consumatori.
Il cuore tecnico e politico della manovra, quello che sta facendo più discutere e che ha già attirato l’attenzione della Commissione Europea, risiede nel tentativo di srare il costo dei certificati di emissione (il sistema ETS) dalla formazione del prezzo dell’energia prodotta da fonti rinnovabili, come l’idroelettrico o il solare. L’obiettivo dichiarato, infatti, è quello di abbassare le bollette intervenendo sulla distorsione strutturale del mercato all’ingrosso, dove il prezzo dell’energia, anche quella green, viene ancorato a quello del gas, il combustibile fossile più caro. Ma la soluzione individuata dal governo, che prevede di rimborsare ai produttori termoelettrici i costi dell’ETS e degli oneri di trasporto del gas per poi riversarli sulla collettività, è stata immediatamente messa sotto la lente di ingrandimento da Bruxelles. Anna Kaisa Itkonen, portavoce dell’esecutivo comunitario per le questioni energetiche, ha confermato che i servizi stanno analizzando i testi per una verifica completa, lasciando intendere che la partita sulla compatibilità di queste norme con le regole sugli aiuti di Stato è tutt’altro che chiusa.
Nel dettaglio del provvedimento, che consta di dodici articoli, si delineano interventi mirati per diversi segmenti di utenza. Per i nuclei familiari più vulnerabili, quelli che già beneficiano del bonus sociale, è previsto un ulteriore sconto di 115 euro annui che, sommato ai precedenti interventi, porterà il sostegno totale a circa 315 euro all’anno tra luce e gas. Accanto a questa misura strutturale, il decreto introduce un meccanismo di riduzione volontaria, sperando che le aziende energetiche aderiscano, che potrebbe garantire uno sconto di almeno 60 euro a tutte le famiglie con un Isee fino a 25mila euro, anche se escluse dal bonus tradizionale. Sul fronte delle imprese, invece, le risorse stanziate superano il miliardo: si parla di contributi diretti in bolletta per 431 milioni nel 2026 e 500 nel 2027, che si tradurrebbero in uno sconto di pochi euro a megawattora, finanziati in parte da un aumento di due punti percentuali dell’aliquota IRAP per i colossi del settore energetico.
Il nodo ETS e le polemiche interne sui costi nascosti della manovra
Oltre ai timori per il conto finale, che Unimpresa stima in 7 miliardi, il decreto si è trovato a dover gestire un fronte di critiche interno alla stessa maggioranza, in particolare sulla gestione delle concessioni idroelettriche. L’accordo siglato in Lombardia tra Regione, multinazionali come Edison e A2A e le imprese energivore, che prevedeva la cessione di una quota di energia a prezzi calmierati, rischia di saltare a causa delle nuove disposizioni nazionali. Una circostanza, questa, che aveva sollevato più di una perplessità nel Carroccio, poi rientrata dopo un vertice a Palazzo Chigi. Sul fronte opposto, le associazioni delle piccole imprese, da Confartigianato a Confimi Industria, lamentano che il provvedimento favorisca quasi esclusivamente le grandi industrie energivore, lasciando scoperto il mondo dell’artigianato e delle microimprese, che già pagano l’energia molto più della media. Una situazione, quella descritta dagli operatori, che rischia di creare una pericolosa forbice competitiva all’interno del tessuto produttivo italiano. E, a rendere il quadro ancora più complesso, si aggiunge la posizione di Coldiretti, che chiede correttivi in Parlamento per tutelare la filiera del biogas agricolo, messa in difficoltà dalla riduzione dei prezzi minimi garantiti, un settore – sostengono – che aveva investito nella transizione ecologica e nella sicurezza energetica del Paese.




