Amazon e la stabile organizzazione occulta: nuova inchiesta della procura di Milano per evasione fiscale

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La Guardia di finanza di Monza, su delega della procura della Repubblica di Milano, ha eseguito nelle scorse ore una serie di perquisizioni nella sede milanese del colosso dell’e-commerce; contestualmente, i militari hanno effettuato accessi presso le abitazioni private di sette manager legati alla società – i quali, va sottolineato, non risultano al momento iscritti nel registro degli indagati – e presso gli uffici milanesi di Kpmg, la società di revisione che avrebbe fornito pareri professionali in merito alle operazioni societarie ora al vaglio degli inquirenti e che, anche in questo caso, non è formalmente sottoposta ad indagine. Il fascicolo, coordinato dal pubblico ministero Elio Ramondini, ipotizza per il periodo compreso tra il 2019 e il 2023 – e, secondo alcune fonti, esteso poi anche al 2024 – la presenza in Italia di una cosiddetta “stabile organizzazione occulta”, una struttura permanente non dichiarata attraverso la quale Amazon Eu Sarl, la controllata lussemburghese del gruppo, di fatto eserciterebbe la propria attività sul territorio nazionale senza tuttavia corrispondere all’erario quanto dovuto in termini di imposte sui redditi ivi prodotti. L’importo che gli investigatori ritengono essere stato sottratto al fisco, stando alle prime ricostruzioni, si aggirerebbe attorno a diverse centinaia di milioni di euro, cifra che la procura tenterà ora di circostanziare attraverso l’analisi della documentazione contabile e informatica acquisita durante i controlli.

I meccanismi societari al vaglio del pm Ramondini

Il nucleo centrale dell’ipotesi accusatoria ruota attorno alla riorganizzazione societaria che, nel corso del 2024, avrebbe visto Amazon Eu Sarl procedere al licenziamento formale e alla successiva riassunzione di centocinquantanove dipendenti già in forza a un’altra società del gruppo; operazione che, secondo la prospettazione dei magistrati, sarebbe stata funzionale a dissimulare la persistenza di una base fissa di affari in Italia pur modificandone l’involucro giuridico. La riassunzione, di fatto, non avrebbe alterato la sostanza delle attività svolte né l’assetto operativo dei lavoratori, e sarebbe perciò valsa a mascherare ciò che invece – per la procura – costituiva a tutti gli effetti una stabile organizzazione già esistente e mai dichiarata all’amministrazione finanziaria italiana. È proprio in relazione a questa complessa architettura societaria che i finanzieri hanno ritenuto necessario acquisire documentazione anche presso Kpmg, in qualità di consulente esterno che aveva rilasciato pareri di congruità sulle suddette operazioni. Il procedimento, ad oggi, risulta formalmente aperto contro ignoti, il che lascia intendere come gli inquirenti siano ancora nella fase di raccolta degli elementi indiziari necessari per eventualmente formalizzare le accuse in capo a persone fisiche o giuridiche determinate.

Il passaggio obbligato verso la cooperazione fiscale e i precedenti accordi transattivi

L’inchiesta sulla stabile organizzazione occulta si innesta in un contenzioso ormai decennale tra il gruppo guidato da Andrew Jassy – o, per meglio dire, dal management che risponde alla Casa madre negli Stati Uniti, dove Donald Trump siede nuovamente alla Casa Bianca – e il fisco italiano, il quale solo lo scorso dicembre aveva portato alla definizione di una controversia di dimensioni considerevoli. Era il dicembre 2025 quando Amazon aveva accettato di versare complessivamente settecentoventitré milioni di euro all’Agenzia delle Entrate, somma che comprendeva cinquecentoundici milioni versati direttamente dalla capogruppo e duecentododici milioni saldati da Amazon Logistica e Amazon Italia Transport; accordo, quello, scaturito da una precedente indagine sempre coordinata dalla procura milanese e relativa a presunte evasioni fiscali per circa un miliardo e duecento milioni di euro nel triennio 2019-2021, con particolare riferimento al mancato versamento dell’Iva sulle importazioni di merci dalla Cina. In quella circostanza, il gruppo aveva potuto accedere a meccanismi di rateizzazione, e la società aveva ribadito in una nota ufficiale la propria volontà di cooperare con le autorità italiane pur senza riconoscere la fondatezza delle contestazioni penali, definendole anzi prive di presupposto e annunciando fin d’allora che si sarebbe difesa con determinazione in ogni sede giudiziaria.

L’intreccio tra la nuova indagine e il filone doganale sui prodotti cinesi

Le perquisizioni dei giorni scorsi, per quanto formalmente distinte, mantengono alcuni punti di tangenza con un altro filone d’inchiesta che aveva già portato la procura di Milano, nel novembre 2025, a ipotizzare a carico di Amazon il reato di contrabbando in relazione all’importazione di merci dalla Cina; in quell’occasione, i pm avevano parlato di un meccanismo paragonabile a un «cavallo di Troia», attraverso il quale il colosso avrebbe fatto affluire nel territorio unionale – avvalendosi anche di una settantina circa di società italiane ritenute prestanome – centinaia di migliaia di prodotti senza corrispondere dazi doganali e Iva all’importazione, causando un danno erariale anch’esso stimato in centinaia di milioni di euro. In quella fase, la Guardia di finanza aveva sequestrato cinquemila prodotti all’interno del centro logistico di Cividate al Piano, in provincia di Bergamo, ed era stata acquisita documentazione informatica nella sede di Milano; l’inchiesta, coordinata sempre dal pm Ramondini, era nata peraltro proprio come sviluppo del filone principale di indagine fiscale. La compresenza di diversi fascicoli, talvolta alimentati dagli stessi riscontri documentali, impone ora agli inquirenti un lavoro certosino di distinzione tra le condotte contestate e i periodi d’imposta via via interessati.

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