“Rooster”, su Hbo Max arriva la nuova serie dramedy con Steve Carell

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Si fa presto a dire commedia, soprattutto quando al centro della scena c’è Steve Carell, attore capace di trasformare una smorfia in un frammento di malinconia e una battuta in un tentativo maldestro di tenere insieme i pezzi della propria vita. Da oggi, lunedì 9 marzo, su Hbo Max è disponibile “Rooster”, serie in dieci episodi a cadenza settimanale creata da Bill Lawrence e Matt Tarses che riporta Carell sul piccolo schermo in un ruolo da protagonista, dopo l’esperienza ormai leggendaria di “The Office” e alcune incursioni cinematografiche indimenticabili come “Little Miss Sunshine” o “Crazy Stupid Love”. Qui l’attore, che è anche produttore esecutivo, veste i panni di Greg Russo, scrittore di bestseller di quelli che si definiscono, non senza una punta di snobismo, “libri da spiaggia”: romanzi leggeri, di successo, che però non gli hanno mai regalato quella credibilità letteraria forse nemmeno troppo cercata. La sua vita, all’apparenza invidiabile e senza scossoni, si regge in realtà su fondamenta piuttosto fragili – il matrimonio è naufragato da tempo e il rapporto con la figlia Katie, interpretata dall’inglese Charly Clive, si è ridotto a qualche chiamata di circostanza e a un affetto silenzioso che non trova più le parole per esprimersi.

La svolta, se così si può chiamare, arriva quando Greg decide di accettare un incarico di docente presso il Ludlow College, un campus universitario fittizio nel New England, proprio dove Katie lavora come professoressa di storia dell’arte. La ragazza, dal canto suo, sta attraversando una tempesta personale non indifferente: il marito Archie (Phil Dunster, volto noto ai fan di “Ted Lasso”) l’ha lasciata per una studentessa laureanda, e l’umiliazione si consuma ogni giorno tra gli stessi corridoi dove lei insegna. Greg si presenta così nel suo ufficio, valigia alla mano e buone intenzioni in tasca, con il goffo proposito di sostenere quella figlia che forse non ha mai capito fino in fondo, e che ora sembra aver costruito un muro fatto di silenzi e risentimento.

Il peso di un alter ego di carta

Uno degli elementi narrativi più riusciti della serie, e che ne giustifica in parte il Titolo, è il rapporto ambiguo che lega Greg Russo al suo personaggio letterario di maggior successo, un certo Rooster – gallo, in inglese – che rappresenta tutto ciò che lo scrittore non è mai riuscito a diventare: spavaldo, carismatico, istintivo, vincente con le donne e con la vita. Durante la conferenza stampa di presentazione, lo stesso Carell ha spiegato di non aver voluto interpretare Greg come un poveraccio privo di qualità, ma piuttosto come un uomo consapevole delle proprie mancanze, dotato di ironia e di una certa dose di autoironia, che però si trova costantemente a fare i conti con l’ombra ingombrante del suo stesso eroe. E così, quando gli studenti gli si avvicinano per parlargli come se lui fosse davvero Rooster, Greg si lascia andare a un gioco di ruolo che lo aiuta a uscire dal guscio, provando – magari senza rendersene conto – a vivere per una volta con il coraggio che manca ai suoi giorni reali. Gli autori, Bill Lawrence in testa, hanno costruito la serie proprio attorno a questo cortocircuito identitario, giocando sullo scarto tra ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere, tra la pagina scritta e la vita vissuta, tra la solitudine di un padre che invecchia e il bisogno disperato di contare ancora per qualcuno.

Un cast corale tra volti noti e nuove scoperte

Accanto a Carell e alla bravissima Charly Clive, che con “Rooster” firma il suo debutto da protagonista in una produzione americana dopo una carriera teatrale e televisiva in Gran Bretagna, la serie può contare su un ensemble di attori di primissimo piano. Danielle Deadwyler interpreta la professoressa di poesia Dylan Shepard, portando sullo schermo quella profondità emotiva che l’ha resa celebre in ruoli drammatici e che qui trova una dimensione più leggera ma non per questo meno intensa; lei stessa ha raccontato di aver sentito il bisogno, dopo anni di lacrime e personaggi dolorosi, di rigenerarsi attraverso la commedia, riscoprendo il piacere di stare sul set come in una sala prove teatrale, a sperimentare insieme ai colleghi. E poi c’è John C. McGinley, il dottor Cox di “Scrubs”, che veste i panni del presidente del college Walter Mann: un personaggio che, per stessa ammissione dell’attore, gli è stato cucito addosso da Lawrence rubandogli letteralmente la vita, costringendolo a recitare senza la maschera di tic o inflessioni, a mostrarsi per quello che è. Phil Dunster, dal canto suo, avrebbe potuto limitarsi a interpretare il classico marito traditore e superficiale, ma ha preferito costruire un Archie più complesso, capace di suscitare nel pubblico un moto di empatia nonostante tutto, perché – come ha spiegato – sarebbe stato troppo facile e noioso farlo diventare soltanto un cattivo.

Il campus come specchio delle fragilità contemporanee

L’ambientazione universitaria, con i suoi edifici neogotici, i prati curati e le aule dove si incrociano generazioni diverse, diventa in “Rooster” molto più di un semplice sfondo: è il luogo fisico dove le solitudini si incontrano e talvolta si scontrano, dove i professori sembrano ragazzi smarriti e gli studenti a volte mostrano una saggezza spiazzante. Bill Lawrence, che di mestiere costruisce storie capaci di far ridere e commuovere nello stesso respiro (da “Scrubs” a “Ted Lasso” passando per “Shrinking”), ha spiegato che l’idea alla base della serie è nata da una domanda semplice e insieme complicatissima: con chi vorremmo davvero fare una serie? E parlando con Carell, entrambi padri di figlie giovani adulte, si sono resi conto che il tema vero era quel momento delicato in cui un padre capisce che la sua presenza nella vita di una figlia forse è più un bisogno personale che una reale necessità di lei. Da qui, dal desiderio di non essere dimenticati, di contare ancora, nascono le gag, gli equivoci, le cadute (anche fisiche, perché Carell si presta volentieri alla slapstick comedy), ma anche i silenzi, gli sguardi, le parole non dette che pesano come macigni. Perché sotto la superficie brillante della commedia, come ha sottolineato Danielle Deadwyler, c’è un ronzio di fondo fatto di tristezza e solitudine, un sottofondo che tutti portiamo dentro mentre continuiamo a ripetere a noi stessi e agli altri che va tutto bene. E forse è proprio questo, alla fine, il centro di “Rooster”: dieci episodi per raccontare che nessuno salva nessuno, ma che si può provare a starci accanto, con tutta la goffaggine e la tenerezza di cui siamo capaci.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.