Metal detector all'ingresso delle scuole, si comincia da La Spezia dopo la morte di Abanoub

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La campanella, prima del suo suono, ha trovato ad attenderla i controlli con metal detector portatili e unità cinofile davanti ai cancelli dell'istituto Einaudi-Chiodo di La Spezia, laddove, appena due settimane fa, Abanoub Youssef, studente diciottenne di origini egiziane, perse la vita in un drammatico episodio di violenza che ha scosso la città e l'opinione pubblica. Quella mattina, i cui dettagli sono al vaglio delle autorità giudiziarie, ha imposto una riflessione profonda e concreta sulle misure di sicurezza negli ambienti scolastici, riflessione che ha condotto, proprio in quella scuola, all'applicazione immediata della direttiva siglata dai ministri competenti.

La direttiva del governo e il plauso del prefetto di Napoli

L'iniziativa, che consente ai dirigenti scolastici di richiedere l'ausilio delle forze dell'ordine per perquisizioni non invasive, ha trovato un sostenitore convinto nel prefetto di Napoli, il quale, nel corso di un comitato sulla sicurezza, ne ha evidenziato l'importanza e l'efficacia deterrente, sottolineando come essa non faccia altro che sistematizzare pratiche già avviate in taluni contesti, come quello napoletano, da circa un anno. "È uno strumento che crea un aspetto di deterrenza non da sottovalutare", ha dichiarato, ribadendo come la scelta finale spetti, nel pieno dell'autonomia, ai presidi, chiamati a valutare le necessità specifiche dei propri istituti per contrastare un fenomeno, quello del porto ingiustificato di oggetti pericolosi tra i giovani, che le cronache segnalano in preoccupante crescita.

I dubbi dei presidi: uno strumento necessario ma non sufficiente

Se da un lato le istituzioni sembrano convergere sull'utilità di tale dispositivo, numerose voci dal mondo della scuola ne mettono in luce i limiti, considerandolo una risposta parziale a una problematica assai più radicata e complessa. Alcuni dirigenti, infatti, pur non negandone l'eventuale funzione, sostengono che il vero lavoro debba svolgersi altrove, in una quotidiana opera di ascolto, prevenzione del disagio e mediazione dei conflitti, che spesso nascono e si alimentano anche nell'universo digitale. "Meglio togliere i social ai ragazzi", è stato detto, a significare come la radice del male sia spesso da cercare in dinamiche relazionali malate, in rancori che fermentano online per poi esplodere nel mondo reale, e in una sofferenza giovanile che necessita di ben altri interventi, educativi e sociali, prima che di sicurezza.

La scuola tra controllo e educazione

Quello che emerge, dunque, è un quadro in cui la scuola si trova a dover bilanciare due esigenze fondamentali e talvolta in tensione tra loro: garantire un ambiente fisicamente sicuro per tutti coloro che la abitano, e rimanere un luogo di crescita, formazione e inclusione. L'interlocuzione con le forze dell'ordine, come confermato da chi, quale il preside di un noto istituto veneziano, la vive in prima persona, è ormai una consuetudine per arginare fenomeni che vanno oltre la violenza tra pari. Resta l'interrogativo di fondo, ovvero se i metal detector, pur nella loro capacità dissuasiva, possano davvero curare il malessere che spinge un adolescente a portare con sé un'arma, o se non rischino, piuttosto, di medicalizzare il sintomo trascurando la malattia, in un'epoca in cui il confine tra dentro e fuori le mura scolastiche è sempre più labile e permeabile di ansie e paure.

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