New York, la tentazione (fiscale) dei pied-à-terre: tassa sulle seconde case dei super-ricchi nel maxi-bilancio da 268 miliardi
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Redazione Economia
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La morfologia del potere fiscale, si sa, ama gli immobili: non tanto perché siano facili da contare, quanto perché non scappano. È questa la lezione che arriva dagli Stati Uniti e che, complice un’intricata partita di numeri e consensi, approda ora a New York con una delle misure più discusse degli ultimi anni, una tassa destinata a colpire i cosiddetti “pied-à-terre” di lusso, quegli appartamenti cioè usati sporadicamente da milionari che, pur mantenendo la residenza fiscale altrove, possiedono un angolo (spesso vuoto) di Manhattan. La governatrice Kathy Hochul, nonostante la sua cronica – e nota – avversione a introdurre nuovi balzelli, ha inserito la misura nel maxi-bilancio statale da 268 miliardi di dollari, aprendo di fatto la strada a quella che i critici più accesi hanno già definito una dichiarazione di ostilità verso i grandi patrimoni internazionali.
L’operazione, che nasce dalla piattaforma elettorale con cui il sindaco Zohran Mamdani è stato eletto un anno fa, si scontra però con una realtà tecnica complessa, quasi kafkiana, legata al sistema catastale della Grande Mela. Se Hochul stima un gettito potenziale di circa 500 milioni di dollari l’anno – risorse fondamentali per tentare di tappare una voragine di bilancio che tocca quota 5,4 miliardi – la concreta applicabilità della tassa si infrange contro una distorsione secolare: molti grattacieli di lusso vengono valutati fiscalmente per una frazione irrisoria del loro reale prezzo di mercato. Secondo uno studio del comptroller cittadino, il rapporto tra valore imponibile e valore di mercato per condomini e cooperative oscilla spesso tra il 6% e il 10%; il che significa, per fare un esempio concreto, che un appartamento acquistato per quasi 88 milioni di dollari a Midtown risultava tassato come se ne valesse meno di 5, vanificando così la soglia minima prevista dalla normativa.
Le crepe nell’accordo e il braccio di ferro politico ad Albany
Ma se la sostanza della tassa arranca tra le maglie larghe di un catasto obsoleto, la sua forma politica ha già innescato un terremoto di Palazzo, quello che si consuma nelle stanze del potere di Albany. La governatrice Hochul ha annunciato un “accordo generale” con i leader legislativi, salvo poi ricevere una smentita secca e pubblica dal potente Speaker dell’Assemblea, Carl Heastie, il quale ha liquidato l’annuncio come quantomeno frettoloso, ribadendo che “non c’è alcun accordo di bilancio” finché non saranno definiti dettagli cruciali. È una spaccatura che rivela quanto il ceto politico newyorkese sia diviso: da un lato Hochul, in corsa per la rielezione in autunno, cerca di bilanciare le richieste dell’ala progressista (che vuole la testa dei super-ricchi) senza però firmare una condanna a morte per l’attrattività finanziaria della città; dall’altro i legislatori temono l’effetto fuga dei contribuenti facoltosi verso paradisi fiscali domestici come la Florida o il Texas.
Non si tratta solo di fare cassa, insomma, ma di capire se questo modello – già sperimentato in alcune capitali europee – possa davvero funzionare senza uccidere l’ecosistema che rende unica Manhattan. La riforma colpirebbe circa 5.900 proprietà, meno dello 0,2% del patrimonio immobiliare residenziale, concentrate perlopiù a Central Park South, Billionaires’ Row e Hudson Yards; di queste, un quarto appartiene a proprietari stranieri, mentre la maggioranza è in mano a americani non newyorchesi. I miliardari, come già emerso nelle prime reazioni informali, vedono in questa mossa un “messaggio d’odio” verso il capitale, e alcuni hanno già ventilato l’ipotesi (niente affatto peregrina) di traslocare i propri affari altrove, lasciando buchi cospicui nelle casse dell’erario.
La sfida sommersa del catasto e il dilemma delle valutazioni
Al di là delle dichiarazioni roboanti, il destino della tassa si gioca su un piano molto più arido e tecnico: la revisione del sistema di *assessment*. Oggi, l’ufficio finanziario cittadino valuta condomini e cooperative in base al loro potenziale reddito, e non al prezzo di vendita; un metodo che Hochul stessa ha definito “piuttosto bizzarro” e che permette a proprietà da 200 milioni di dollari di essere valutate, sulla carta, solo 7 milioni. Senza una correzione strutturale di questo meccanismo – che è già oggetto di una causa legale per discriminazione razziale presso la Corte Suprema dello Stato – la tassa rischia di raccogliere polvere o, nella migliore delle ipotesi, di fermarsi a un gettito compreso tra i 280 e i 380 milioni annui, ben lontano dai proclami di Hochul.
È un paradosso squisitamente americano, quello che vede la sinistra democratica spingere per un prelievo simbolico sui ricchi mentre gli uffici tecnici ammettono di non sapere esattamente quanto valgano quegli stessi ricchi appartamenti. Il sindaco Mamdani, che aveva fatto della caccia ai pied-à-terre il cavallo di battaglia della sua campagna, si trova ora a dover fare i conti con la fisica della politica: è facile promettere 500 milioni di dollari dal palco, ma molto meno trasformare un attico vuoto in una vera entrata fiscale, soprattutto quando il proprietario di quell’attico ha gli avvocati migliori del Paese e il sistema di valutazione è un colabrodo. La misura è attualmente in fase di limbo, con i tecnici dello stato che cercano di mettere a punto le aliquote mentre i democratici si preparano alle primarie di giugno, un appuntamento che potrebbe premiare o affondare questa scommessa.
Il compromesso Hochul e la resilienza del modello “tax the rich”
Nonostante la contrarietà di Heastie e le difficoltà tecniche, l’inserimento della *pied-à-terre tax* nel *blueprint* del bilancio segna una vittoria, seppur parziale e piena di ombre, per l’amministrazione cittadina. È interessante notare come Hochul abbia resistito strenuamente alle pressioni per aumentare l’imposta sul reddito dei milionari o le tasse societarie, preferendo invece un prelievo patrimoniale circoscritto a un bene specifico – la casa – che, come detto, non può fisicamente emigrare. Questa scelta, che rivela una lucida strategia elettorale, evita di spaventare Wall Street (simbolo del capitale mobile) ma addossa l’intera crociata anti-disuguaglianza sulle spalle di chi possiede un mattone di lusso a Manhattan, anche se lo usa solo due settimane all’anno. L’obiettivo dichiarato, oltre alla riduzione del deficit, è anche quello di disincentivare la pratica degli investimenti “buy-to-leave”, che toglie ossigeno a un mercato immobiliare cittadino già surriscaldato e sempre più inaccessibile per la classe media. Si tratta di un cambio di paradigma non indifferente, che accosta New York a quelle metropoli europee dove le seconde case sono diventate il bersaglio privilegiato del fisco per finanziare le politiche abitative, un trend che, guardando a Oltreoceano, sembra destinato a consolidarsi nonostante le bordate dei palazzi del potere e le minacce di esodo dei paperoni.




