Il governo contro la bandiera russa alle Paralimpiadi, ma la decisione non si tocca
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Redazione Sport
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La tensione politica e diplomatica che circonda l’avvicinarsi dell’edizione invernale delle Paralimpiadi, in programma dal 6 al 15 marzo 2026 tra Milano e Cortina, si è andata facendo via via più palpabile nelle ultime settimane, culminando in queste ore in una presa di posizione netta da parte del governo italiano. Il ministro per lo Sport e i giovani, Andrea Abodi, ha espresso a più riprese, e con un crescendo di preoccupazione, lo sconcerto dell’esecutivo di fronte alla scelta compiuta dal Comitato Internazionale Paralimpico (IPC): la piena riammissione degli atleti di Russia e Bielorussia, ai quali sarà consentito di gareggiare sotto la propria bandiera e di ascoltare il proprio inno nazionale -1-3. Una decisione, questa, che segna una netta discontinuità rispetto alla linea adottata dal Comitato Olimpico Internazionale (CIO) per i Giochi appena conclusi, dove gli stessi atleti hanno potuto partecipare solo come neutrali, e che ha scatenato un terremoto politico che va ben oltre i confini dello sport.
Uno scontro tra autonomia sportiva e ragioni politiche
La posizione di Abodi, ribadita con forza nel corso di un intervento a Casa Italia e raccolta dalle agenzie, è chiara nel distinguere i piani dell’autonomia sportiva e della coscienza politica. Da un lato, il ministro riconosce la legittimità formale del pronunciamento dell’IPC, un organismo che, nella sua indipendenza dal CIO, ha ratificato a settembre una scelta che affonda le sue radici in un ricorso vinto dalle federazioni russa e bielorussa dinanzi al Tribunale Arbitrale dello Sport di Losanna -4-9. Dall’altro lato, però, Abodi rivendica con forza il diritto del governo a esprimere un’opinione contraria, definendosi “sconcertato” per una delibera che, a suo giudizio, finisce per mettere in difficoltà l’intero sistema paralimpico e rischia di mortificare i sentimenti del popolo ucraino, dilaniato ormai da quattro anni di conflitto -4. Una valutazione, la sua, che non mette in discussione la procedura ma che ne attacca con decisione il merito politico, in un contesto in cui la Russia continua, nelle parole della nota congiunta con il ministro degli Esteri Antonio Tajani, a violare la tregua olimpica -7.
La protesta di Kiev e il boicottaggio della cerimonia
La reazione dell’Ucraina, com’era prevedibile, non si è fatta attendere e ha assunto i contorni di una protesta formale destinata a segnare profondamente l’atmosfera dell’evento. Il governo di Kiev, per bocca del ministro dello Sport Matviy Bidny, ha annunciato che i propri funzionari non prenderanno parte alla cerimonia di apertura del 6 marzo all’Arena di Verona, una scelta di boicottaggio che intende colpire il simbolo più evidente della riammissione di Mosca e Minsk, senza però estendersi alla partecipazione agonistica vera e propria -1-7. Una decisione ponderata, la loro, che mira a non penalizzare i propri atleti, molti dei quali reduci dalle ferite riportate in guerra, ma che intende lanciare un segnale inequivocabile alla comunità internazionale. Alla protesta ucraina si è associata anche la Commissione Europea, con il commissario allo Sport Glenn Micallef che ha declinato l’invito a presenziare all’apertura, mentre i ministri di Lituania e degli altri paesi baltici e scandinavi hanno fatto sentire la loro voce in favore di una linea più dura -1-6.
Le implicazioni per la sicurezza e le fratture interne alla maggioranza
Oltre alla dimensione politica e diplomatica, la presenza ufficiale delle delegazioni di Russia e Bielorussia, con i loro simboli nazionali, apre capitoli delicati anche sul piano dell’ordine pubblico e della sicurezza. Come avviene ormai prassi in occasione di ogni grande evento, il contingente di atleti sarà accompagnato da personale dei servizi di sicurezza dei rispettivi paesi, agenti che, regolarmente accreditati presso il ministero degli Esteri italiano, potrebbero presentarsi verosimilmente armati con l’autorizzazione della prefettura -7. Un aspetto, questo, che aggiunge un ulteriore livello di complessità a una manifestazione che si trova a dover gestire non solo l’eredità sportiva di cui lo stesso Abodi ha parlato in altri contesti, ma anche una crisi internazionale in piena regola. A complicare il quadro, infine, è emersa una frattura all’interno dello stesso schieramento politico italiano, con la Lega che, attraverso un comunicato, ha definito “positiva” la partecipazione di tutte le nazioni con i propri simboli, schierandosi di fatto con la linea dell’IPC e contro la posizione espressa dai ministri Tajani e Abodi -1-7.




