Il fuorionda di Aosta, tra Marra e Grosso, e quella causa finita nel dibattito sul referendum

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’onda lunga di un microfono lasciato aperto, talvolta, è in grado di sollevare un maremoto ben più potente di qualsiasi discorso ufficialmente pronunciato dal palco. È quanto accaduto nell’aula magna dell’Università della Valle d’Aosta, dove un convengo pubblico dedicato alle ragioni del sì e del no al referendum sulla giustizia si è trasformato, loro malgrado, nel teatro di un colloquio privato finito in diretta streaming. Protagonisti della scena, seduti l’uno accanto all’altro al tavolo dei relatori, erano il presidente del Tribunale di Aosta, Giuseppe Marra, e l’avvocato Enrico Grosso, costituzionalista di chiara fama e presidente del Comitato per il No. I due, in attesa che il dibattito prendesse il via, hanno intavolato una conversazione che nulla aveva a che vedere con la riforma della magistratura, verterà invece su una vicenda giudiziaria locale piuttosto delicata e, per di più, di prossima discussione proprio davanti al Tribunale guidato da Marra.

L’oggetto del colloquio, come si è appreso dalla registrazione poi rimossa dal web ma prontamente rilanciata dagli organi di stampa, riguardava il ricorso presentato da Alleanza Verdi e Sinistra contro la rielezione del presidente della Regione Renzo Testolin. Una questione spinosa, quella del limite dei mandati, che vede il governatore valdostano difeso da un parere legale redatto, guarda caso, dallo stesso avvocato Grosso. Durante la chiacchierata, il magistrato Marra, dopo aver appreso da Grosso del suo coinvolgimento nella pratica, commentava la circostanza con un “sono contento”, esprimendo una certa fiducia in merito alla causa in programma per il 22 aprile. Il costituzionalista, da parte sua, non esitava ad anticipare al presidente del Tribunale quelli che, a suo giudizio, sarebbero stati i nodi giuridici centrali della vicenda, sollevando persino un dubbio preliminare sulla giurisdizione del giudice ordinario. Un botta e risposta, il loro, che ha immediatamente sollevato un polverone, gettando un’ombra di imbarazzante opportunità su un procedimento che dovrebbe svolgersi nel segno della più assoluta imparzialità.

La rimozione del video e le prime reazioni istituzionali

Nel momento in cui la diretta streaming ha iniziato a diffondere quei frammenti di dialogo, la reazione dell’ateneo è stata fulminea: il video è stato reso indisponibile nel giro di poche ore, un gesto che, se da un lato mirava a limitare i danni, dall’altro ha alimentato ulteriori sospetti. A rompere il silenzio per prima è stata Chiara Minelli, capogruppo di Avs in Consiglio regionale, la quale ha dichiarato di essere rimasta letteralmente basita nello scoprire che, mentre seguiva la conferenza in streaming, i due relatori discutevano pacatamente di un ricorso che vede il suo partito direttamente contrapposto alla Regione. Una conversazione, ha sottolineato la consigliera, andata avanti per diversi minuti e che appare quanto meno inopportuna dal punto di vista deontologico, configurando un’impropria confidenzialità tra il giudice che dovrà decidere e il legale che ha già espresso un parere favorevole a una delle parti in causa.

Non si è fatta attendere, naturalmente, la replica del diretto interessato. Il presidente Marra, interpellato telefonicamente, ha respinto al mittente ogni accusa di parzialità, spiegando di essere ad Aosta solo dallo scorso giugno e di non aver mai conosciuto in precedenza il professor Grosso. La sua, ha aggiunto, è stata una reazione dettata dalla semplice cortesia professionale: leggendo l’atto introduttivo del ricorso, aveva preso atto della questione, limitandosi a rispondere all’avvocato che il Tribunale avrebbe studiato il caso con la dovuta attenzione, senza alcuna anticipazione del merito della decisione. Una versione, quella del magistrato, volta a ricondurre l’episodio nell’alveo di uno scambio di battute tra due giuristi, privo di qualsiasi intento collusivo.

Il centrodestra e il fronte del Sì: “Prova provata della necessità della riforma”

L’eco del fuorionda, tuttavia, ha rapidamente varcato i confini della valle, trasformandosi in un’arma politica di non poco conto per i sostenitori della riforma. Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro non ha avuto esitazioni nel commentare l’accaduto, sottolineando come quel “fitto parlottio” sia la dimostrazione lampante della necessità di garantire la terzietà del giudice non solo negli atti, ma anche nelle apparenze. La domanda retorica posta dall’esponente di Fratelli d’Italia è parsa chiara: perché mai un giudice dovrebbe dichiararsi “contento” del legale scelto da una delle parti in causa, e per di più esprimere fiducia in merito a un procedimento ancora tutto da decidere?. Nelle sue parole, l’auspicio che gli italiani, ascoltando quelle conversazioni, possano finalmente comprendere la fondatezza di un intervento normativo capace di separare le carriere e di assicurare una giustizia davvero equidistante dalle parti.

Ancora più duro è apparso Francesco Petrelli, presidente del Comitato Camere penali per il Sì, il quale ha parlato apertamente di un fatto di estrema gravità che finisce per squalificare l’intero fronte del No. Chi si è posto alla guida di una battaglia politica contro la riforma, ha argomentato Petrelli, evocando a parole i principi di autonomia e indipendenza della magistratura, alla prima occasione utile non ha esitato a interloquire con un giudice su una questione delicatissima in modo del tutto improprio. Un comportamento che, a suo dire, getta un’ombra pesantissima sulla credibilità dell’intera campagna referendaria, dimostrando come la difesa dello status quo nasconda, in realtà, una preoccupante confusione di ruoli e di interessi.

La difesa di Grosso e il nodo giuridico del ricorso sui mandati

Nel tardo pomeriggio, infine, è arrivata anche la replica dell’avvocato Grosso, il quale ha bollato le polemiche come il frutto di ricostruzioni manipolatorie della realtà da parte degli esponenti del Sì. Secondo la sua narrazione, l’incontro con Marra è stato del tutto casuale e la conversazione si è limitata a un confronto tecnico su un problema di giurisdizione e su sistemi elettorali, nulla più di quanto potrebbe capitare tra due persone che del diritto e della Costituzione fanno il proprio mestiere. Una conversazione, ha tenuto a precisare il costituzionalista, avvenuta in un luogo pubblico e davanti a decine di testimoni, circostanza che, a suo avviso, escluderebbe qualsiasi intento di nascondere qualcosa. Il cuore della vicenda, al di là delle strumentalizzazioni politiche, resta comunque un ricorso basato sull’interpretazione della legge regionale che limita i mandati del presidente, una legge che la difesa di Testolin, forte del parere dello stesso Grosso, interpreta in modo favorevole alla permanenza in carica del governatore.

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