Il paradosso di Pinsoglio, l’eterno terzo che a Torino ha trovato la sua ragione di vita calcistica

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Redazione Sport Redazione Sport   -   C’è chi passa una carriera intera a rincorrere la titolarità e chi, invece, dopo averla assaggiata e averla messa in prospettiva con i propri reali desideri, decide che un conto è vivere da protagonista in provincia e un altro, ben più affascinante, è sedersi in panchina in un club che vince. Carlo Pinsoglio, classe 1990, da Moncalieri, questa scelta l’ha fatta propria con una consapevolezza quasi rassegnata, se non fosse che la sua non è affatto una resa, bensì la più lucida delle strategie esistenziali applicate al calcio che conta. Dopo un’onesta gavetta spesa tra i pali di Serie B – dove ha difeso i colori di Vicenza, Modena, Livorno e Latina – a ventisette anni Pinsoglio ha firmato con la Juventus quello che, col senno di poi, si è rivelato non solo il primo di una lunga serie di contratti, ma una vera e propria cartina al tornasole del suo destino: diventare, per antonomasia, l’esponente più rappresentativo dei portieri per mancanza di prove. Con l’ultimo rinnovo ufficializzato nelle scorse ore – il quarto prolungamento che lo legherà al club bianconero fino al 2027 – il numero 23 mette nero su bianco la sua decima stagione consecutiva sotto la Mole, un traguardo che per un profilo del suo tipo ha del paradosso -1.

La firma che vale una carriera e lo spogliatoio da tenere insieme

Il giorno dopo l’eliminazione dalla Champions League, consumatasi contro il Galatasaray tra i rimpianti e una prestazione comunque orgogliosa, la Juve ha trovato un piccolo ma significativo motivo per sorridere, e a regalarlo è stato ancora una volta lui, Pinsoglio, con una foto di rito accanto al direttore sportivo Ottolini e un messaggio social che sanciva l’accordo. Sei presenze collezionate in totale dalla stagione 2017-18, di cui una sola da novanta minuti interi – quel Sampdoria-Juventus del 26 maggio 2019 che rappresenta l’unica vera parentesi da protagonista in campo – eppure un’influenza sul gruppo che va ben oltre i numeri, e che Luciano Spalletti, quando lo ha avuto in ritiro in nazionale, aveva già avuto modo di definire con una battuta diventata celebre: «Il miglior terzo portiere che abbia mai allenato» -1. Non si tratta di semplice retorica da spogliatoio, perché Pinsoglio rappresenta per i compagni un punto di riferimento costante, una presenza rassicurante che durante gli allenamenti sprona i titolari e nei momenti di difficoltà tiene insieme le anime dello spogliatoio con l’ironia e la schiettezza del tifoso juventino che era prima ancora di diventarne il dodicesimo in panchina.

L’albo d’oro dei senza gloria, da Orlandoni a Rubinho

La storia del calcio italiano, del resto, è piena di figure simili, portieri che hanno accumulato trofei in quantità inversamente proporzionale alle presenze in campo, quasi che il destino si fosse divertito a premiare la loro pazienza con medaglie e scudetti al posto dei riflettori. Paolo Orlandoni, all’Inter, ne è forse l’esempio più lampante: sette stagioni in nerazzurro, dal 2005 al 2012, e un bottino di sedici trofei vinti – tra cui spicca la Champions League del 2010 – a fronte di appena sei gare giocate -2. Lui, cresciuto nel vivaio interista e poi tornato a casa da uomo, aveva capito che fare il terzo dietro a Julio Cesar e Francesco Toldo significava accettare un ruolo da comprimario per godersi lo spettacolo dalle retrovie, e ne è valsa la pena se ancora oggi, a distanza di anni, il suo nome è inciso nella lista UEFA di quella notte magica a Madrid. Rubinho, alla Juventus, ha fatto di meglio o di peggio, a seconda dei punti di vista: due sole presenze in quattro stagioni, ma otto trofei in bacheca, tra scudetti, Coppe Italia e Supercoppe, a dimostrazione che l’arte di stare in panchina senza creare problemi, anzi sostenendo il gruppo, è una dote rara e preziosa -3. E che dire di Valerio Fiori, passato alla storia come il terzo del Milan per nove anni, con due Coppe dei Campioni vinte e appena due gare disputate in rossonero, una delle quali in campionato a Piacenza quando ormai lo scudetto era già stato messo in cassaforte -4?

Un contratto che vale più di mille presenze

In questo ideale salone delle feste dei gregari di lusso, Pinsoglio ha ormai conquistato un posto in prima fila. Il suo nuovo contratto, che lo legherà alla Juventus fino al 2027, arriva in un momento di profonda riorganizzazione tecnica della società, con il reparto portieri destinato a cambiare volto nella prossima estate: il futuro di Mattia Perin appare lontano da Torino e la stessa conferma di Michele Di Gregorio non è scontata -1. In mezzo a questo valzer di partenze e possibili arrivi, la figura del terzo portiere moncalierese diventa un elemento di continuità fondamentale, un ponte tra il vecchio e il nuovo corso che Spalletti sta plasmando con pazienza, e che in Pinsoglio trova un trait d’union capace di trasmettere ai nuovi arrivati il dna della Juventus, quella “juventinità” di cui spesso si parla ma che raramente si incarna in maniera così autentica. Non giocherà, o quasi, anche nella prossima stagione, e lo si sa già: ma la sua firma, la quarta in ordine di tempo, rappresenta la certezza che in un calcio sempre più liquido e votato all’individualismo, esistono ancora professionisti che misurano il proprio successo non in minuti giocati, ma in anni di appartenenza e in sorrisi condivisi nello spogliatoio.

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