La Gerald Ford lascia i Caraibi dopo la cattura di Maduro e si unisce alla Abraham Lincoln nel Golfo
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Redazione Esteri
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Il dipartimento della difesa americano, secondo quanto rivelato da fonti anonime ma concordanti citate dal New York Times e da altre testate internazionali, ha diramato l’ordine esecutivo che ridispiega il gruppo d’attacco della portaerei Uss Gerald R. Ford — l’unità a propulsione nucleare più imponente e tecnologicamente avanzata mai varata, con i suoi trecentotrentaquattro metri di lunghezza e un dislocamento che supera le centomila tonnellate — dalle acque del Mar dei Caraibi verso il teatro operativo del Medio Oriente -1-4-9.
Il doppio dispositivo navale e i tempi di permanenza in area
La Ford, che aveva lasciato Norfolk lo scorso giugno per quella che doveva essere una crociera di routine in Europa prima di essere deviata verso il Venezuela per sostenere la campagna di pressione voluta da Donald Trump, si aggiungerà dunque alla Uss Abraham Lincoln, la quale staziona nel Golfo Persico ormai da un paio di settimane, andando a comporre un dispositivo a doppia portaerei che non si vedeva in quella zona dalla primavera del 2025, quando il gruppo del Truman e quello del Carl Vinson operarono congiuntamente contro obiettivi Houthi -1-6. L’equipaggio, informato nella giornata di giovedì della decisione presa ai piani alti del Pentagono, aveva maturato la ragionevole aspettativa di rientrare alla base domestica nei primi di marzo, ma la nuova direttiva estende ulteriormente la durata della missione: i velivoli e le navi di scorta difficilmente toccheranno i porti americani prima della fine di aprile o, al più tardi, dell’inizio di maggio, circostanza che peraltro mette a rischio la finestra di manutenzione straordinaria già calendarizzata nei cantieri della Virginia -1-4-7.
Il ruolo della superportaerei nell’operazione contro Maduro
Gli aerei imbarcati sul Ford, occorre ricordarlo, hanno preso parte attiva all’operazione del 3 gennaio scorso nei cieli di Caracas, quella che ha portato alla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro, e questo spiega almeno in parte la scelta di mantenere lo scafo nel bacino caraibico ben oltre la pianificazione iniziale; ora però la priorità dell’amministrazione repubblicana torna a concentrarsi sul prolungato stallo diplomatico con Teheran -1-2-7. La presenza contemporanea di due gruppi da battaglia — il che significa, in termini concreti, il raddoppio dei cacciabombardieri multiruolo, degli aerei da sorveglianza e dei missili crociera pronti all’impiego — rappresenta un fatto inequivocabilmente ponderoso dal punto di vista della proiezione di forza, anche se il presidente, nelle sue dichiarazioni alla stampa, continua a insistere sul fatto che la strada maestra rimane quella del negoziato -2-9.
La finestra temporale dettata da Trump e le dichiarazioni pubbliche
Trump ha infatti ribadito giovedì, parlando ai giornalisti nello Studio Ovale, di auspicare la conclusione di un’intesa con la Repubblica Islamica «entro il prossimo mese», avvertendo però che il mancato raggiungimento di un accordo — ciò che lui definisce il passaggio alla «fase due» — avrebbe conseguenze «molto traumatiche» per l’Iran; ha evocato, seppur senza entrare in dettagli operativi, l’operazione denominata Midnight Hammer dello scorso giugno, quando velivoli statunitensi colpirono gli impianti nucleari di Fordow, Natanz e Isfahan in risposta alla rottura unilaterale dell’accordo sul nucleare da parte di Teheran, e ha lasciato intendere che la replica potrebbe essere anche più dura -3-7-8. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, reduce dall’incontro di mercoledì a Washington, ha parlato di uno «scetticismo generale» della sua compagine di governo rispetto all’affidabilità di qualunque patto che non preveda la disattivazione completa del programma di arricchimento dell’uranio, la limitazione dei missili balistici e il taglio dei finanziamenti agli Hezbollah libanesi e agli Houthi yemeniti, e ha ammesso di aver esposto al presidente americano queste riserve con franchezza, ma ha anche riconosciuto che la pressione militare in atto potrebbe essere la leva giusta per costringere gli ayatollah a cedere -3-5.




