Nordio scarica sulla magistratura la responsabilità del sovraffollamento carcerario
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Redazione Interno
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Mentre il sovraffollamento nelle carceri italiane raggiunge livelli critici, con 26 suicidi registrati solo nell’ultimo anno e un malessere diffuso tra agenti e detenuti, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha fornito una lettura inedita del fenomeno. Durante il question time al Senato, ha sostenuto che l’aumento dei detenuti non dipenderebbe dalle politiche del governo, bensì dall’operato della magistratura, che «li mette in prigione», e da chi commette reati. Una posizione che, se da un lato scarica ogni responsabilità politica, dall’altro ignora i provvedimenti legislativi adottati dall’esecutivo negli ultimi due anni, tra cui l’introduzione di quasi 50 nuovi reati e l’inasprimento delle pene.
Nonostante Nordio abbia negato un legame tra le norme approvate e l’aumento della popolazione carceraria, i numeri raccontano una realtà diversa. Il decreto Caivano, ad esempio, ha portato a un incremento del 48% dei minori detenuti, mentre il moltiplicarsi di fattispecie penali – dai reati ambientali a quelli legati al dissenso – ha inevitabilmente allargato il perimetro della repressione giudiziaria. Quanto alla sua affermazione secondo cui i rave party sarebbero diminuiti, i fatti la smentiscono: solo nell’ultima settimana, le forze dell’ordine hanno identificato 300 persone in occasione di eventi non autorizzati.
Sul tema delle morti in carcere, poi, il ministro non si è espresso, sebbene i dati dell’Osservatorio penitenziario dipingano un quadro drammatico: 83 suicidi, 2.078 tentativi e 18 decessi ancora da chiarire nel 2024. Se è vero che la privazione della libertà rappresenta la conseguenza naturale di un reato, è altrettanto innegabile che i detenuti conservano diritti fondamentali, a cominciare da quello alla vita. La questione delle autopsie, spesso oggetto di polemiche, rimane irrisolta: mentre alcuni casi vengono approfonditi, altri scivolano nel silenzio, lasciando interrogativi aperti sulle reali cause di morte.
Quanto all’occupazione abusiva di abitazioni, definita da Nordio un «fenomeno doloroso», il riferimento a Ilaria Salis – la docente italiana detenuta in Ungheria – è apparso come un’allusione politica più che una riflessione giuridica. Senza entrare nel merito delle accuse, il parallelo ha sollevato perplessità, soprattutto perché il governo, pur denunciando situazioni critiche, non ha ancora presentato misure concrete per affrontarle.




