Fabrizio Corona rilancia l’offensiva contro Signorini: la testimonianza di Vito Coppola e l’oscuramento del video
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Cultura e Spettacolo
-
La guerra mediatica, ormai senza esclusione di colpi, tra Fabrizio Corona e Alfonso Signorini ha conosciuto un nuovo, convulso capitolo nella serata di lunedì 2 marzo, quando sul canale YouTube dell’ex agente fotografico è apparsa una puntata inedita di Falsissimo, il suo format d’inchiesta diventato un caso nazionale. Il video, intitolato “La resa dei conti”, conteneva infatti un’accusa ulteriormente aggravata nei confronti del conduttore e giornalista, questa volta veicolata dalla voce di un nuovo testimone, il personal trainer Vito Coppola, che avrebbe raccontato un presunto episodio di molestie avvenuto all’interno degli studi di Cinecittà, dove viene girato il Grande Fratello. Secondo quanto riportato da Corona, che ha aperto la trasmissione indossando una toga da avvocato quasi a voler sceneggiare un processo mediatico, Coppola sarebbe stato condotto di nascosto nei camerini del programma e lì sarebbe stato baciato con insistenza da Signorini, il quale avrebbe addirittura insistito “con la lingua in bocca”.
La piattaforma di streaming, come spesso accade quando i contenuti sfiorano il confine della giudiziabilità, ha però rimosso il video nel giro di poche ore, sostituendolo con la scritta che ne certifica l’indisponibilità per “ingiunzione del tribunale”, un provvedimento che affonda le radici nell’ordinanza cautelare del 26 gennaio scorso, quando il giudice aveva già imposto a Corona di astenersi dal diffondere materiale lesivo della reputazione di Signorini. Lontano dal fermarsi, l’ex re dei paparazzi ha aggirato l’ostacolo ripubblicando l’intera puntata sul social network X, dove i meccanismi di controllo sono meno immediati, e accompagnando il gesto con un proclama veemente contro quella che lui definisce “censura”, una parola che torna ciclicamente nei suoi interventi pubblici e che gli consente di alimentare la narrazione di sé come di un paladino della verità contrastato dal potere costituito.
A ben guardare, questa ennesima uscita si inserisce in un solco ormai ben tracciato, quello di un’inchiesta parallela condotta interamente sui social, che ha già portato a conseguenze tangibili per Signorini, il quale, dopo aver affidato la sua difesa agli avvocati Daniela Missaglia e Domenico Aiello, ha preferito autosospendersi da ogni impegno con Mediaset e lasciare la direzione del settimanale Chi, una scelta che lui stesso ha definito maturata negli anni ma che inevitabilmente si intreccia con il clima incandescente creato dalle rivelazioni di Corona. La difesa del conduttore, dal canto suo, parla senza mezzi termini di una “campagna calunniosa e diffamatoria” volta a distruggere la reputazione del loro assistito, e intanto la Procura di Milano prosegue il suo lavoro mettendo insieme i frammenti di un mosaico complesso, dove all’ipotesi di revenge porn si affiancano ora le denunce per violenza sessuale presentate da alcuni ex concorrenti, tra cui Antonio Medugno, il primo ad aver rotto pubblicamente il silenzio.
La strategia comunicativa di Corona e il nodo della verifica giudiziaria
L’aspetto più rilevante, al netto della spettacolarizzazione tipica del personaggio, risiede nella capacità di Corona di imporre l’agenda del dibattito pubblico aggirando i filtri dell’informazione tradizionale: i numeri delle visualizzazioni, che per le precedenti puntate hanno toccato picchi superiori ai sette milioni, raccontano di un pubblico vasto che fruisce direttamente la sua versione dei fatti, creando una bolla comunicativa nella quale la richiesta di prove certe passa spesso in secondo piano rispetto alla forza del racconto. Nel caso specifico di Vito Coppola, le sue dichiarazioni si aggiungono a un fascicolo già so, e sarà compito degli inquirenti stabilire se dietro i presunti messaggi e l’audio diffuso online, poi rimosso e ripubblicato, esistano gli estremi per configurare reati che vadano oltre la mera diffamazione, tenendo conto che la legge italiana, con l’articolo 612-ter del codice penale, punisce severamente la diffusione illecita di immagini e video sessualmente espliciti, anche quando avvenga attraverso piattaforme digitali.
Mentre il pubblico si divide tra chi applaude la guerra senza quartiere di Corona e chi invoca il rispetto della presunzione di innocenza, i legali di Signorini continuano a insistere sulla mancanza di riscontri oggettivi alle accuse, definendo le testimonianze raccolte da Falsissimo come un insieme di allegazioni prive di fondamento, costruite ad arte per danneggiare un professionista che ha trascorso trent’anni nel mondo dello spettacolo. Dall’altra parte, l’avvocato Ivano Chiesa, che segue Corona, ribadisce che le interviste rilasciate da Coppola e da altri testimoni rappresentano atti di cronaca legittimi e che il sequestro del materiale da parte della Procura non equivale a una sentenza di colpevolezza, ma solo a un atto dovuto in fase di indagine.
La rimozione del video e la replica su piattaforme alternative
Il meccanismo di rimozione dei contenuti, d’altronde, è diventato parte integrante della vicenda: ogni volta che un video finisce nel mirino degli avvocati di Signorini o degli uffici legali di Mediaset, che vantano diritti d’autore su gran parte del materiale trasmesso, Corona rilancia su un’altra piattaforma, innescando un circolo vizioso che amplifica la risonanza del caso. L’ultimo episodio di questa guerriglia digitale ha visto la comparizione di un avviso di blocco territoriale su YouTube, motivato proprio dall’ordinanza del tribunale civile che nelle scorse settimane aveva già portato all’oscuramento dei profili Instagram legati a Corona e alla limitazione dell’accesso ai suoi video pubblici.
Ciò che emerge, al di là della cronaca, è la difficoltà del sistema giudiziario nel tenere il passo con la velocità della comunicazione online: un’ordinanza emessa a gennaio per bloccare la diffusione di materiale ritenuto lesivo si scontra con la capacità di un singolo individuo di ripubblicare gli stessi contenuti in pochi minuti su un’altra piattaforma, sfruttando le fessure di un ecosistema digitale frammentato e, per sua natura, difficilmente controllabile nella sua interezza. Intanto, l’udienza fissata per il 19 marzo davanti al Tribunale di Milano potrebbe ridefinire i confini del provvedimento, ma è già chiaro che, in attesa che la magistratura faccia il suo corso, il racconto di Falsissimo continuerà a dispiegarsi sui social, alimentato da ogni nuova testimonianza e da ogni tentativo di oscuramento, che viene immediatamente trasformato in una prova della propria verità.




