La telefonata di Castel Gandolfo, Leone XIV a Trump: «Pace entro Pasqua»
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Redazione Esteri
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L’aria che tirava ieri pomeriggio fuori Villa Barberini, a Castel Gandolfo, era quella delle grandi occasioni, quando il pontefice — rientrando dalla residenza estiva — decide di non limitarsi al saluto ma di lanciare un messaggio dal peso specifico innegabile. Papa Leone XIV, lo ha fatto con la schiettezza che molti già gli riconoscono, rivelando un contatto diretto con la Casa Bianca: «Ho parlato con Trump e gli ho chiesto di porre fine alla guerra». Una frase, quest’ultima, che è suonata subito come un atto formale, quasi diplomatico, se non fosse che il pontefice americano l’ha infarcita di un’urgenza cronologica ben precisa, legata alla liturgia. La Pasqua, ormai imminente, non dovrebbe trovare un Medio Oriente ancora in fiamme; per questo il pontefice ha parlato chiaramente di «tregua», auspicando che si riesca a chiudere il conflitto (o quantomeno ad avviare un negoziato serio) ben prima della domenica di Risurrezione.
La speranza come leva politica
Leone XIV, che nel suo primo anno di pontificato ha già mostrato una certa propensione a bypassare i canali tradizionali della diplomazia vaticana quando si tratta di emergenza umanitaria, ha ancorato la sua richiesta a una valutazione precisa. «Mi è stato riferito che il presidente Trump ha recentemente affermato di voler porre fine alla guerra – ha spiegato ai cronisti – speriamo che stia cercando una via d’uscita, un modo per ridurre la violenza e i bombardamenti». Una dichiarazione che fa leva su un assunto preciso, cioè l’interesse dichiarato dall’inquilino della Casa Bianca a chiudere le ostilità, trasformando quell’interesse in un obbligo morale. Il ragionamento, che potrebbe apparire semplicistico, diventa invece complesso se letto nella sua interezza: ridurre i bombardamenti non significa solo fermare le vittime, ma anche «eliminare l’odio che si sta creando», un sentimento che, secondo il papa, sta crescendo costantemente in Medio Oriente e altrove.
Laicità del dolore e appello ai potenti
L’appello di Leone XIV non è stato però solo un messaggio per Trump, ma un vero e proprio atto d’accusa contro la logica della violenza fine a se stessa. «La festa della Pasqua – ha osservato – dovrebbe essere il tempo più sacro di tutto l’anno, tempo di pace e riflessione; invece stiamo vedendo tanta sofferenza, tanti morti, anche bambini innocenti». È qui che il suo ragionamento si fa più tagliente, quasi un’omelia pronunciata a braccio sotto i portici della villa papale: «Continuamente facciamo appello per la pace, ma purtroppo c’è tanta gente che promuove l’odio e la violenza». Il pontefice, evitando toni trionfali, ha ricordato che «Cristo è ancora crocifisso oggi» negli innocenti, una metafora potente per dire che la sofferenza non è un fatto astratto ma carne viva. E se c’è chi (tra i leader mondiali) utilizza la fede per giustificare le armi, Leone ha ribaltato il paradigma: chi fa la guerra non può davvero pregare, perché le mani sporche di sangue non si alzano al cielo.
Repliche e incomprensioni con Israele
In questo quadro già teso, si inserisce la replica indiretta dello Stato ebraico, filtrata dalle cronache vaticane e dai retroscena diplomatici. Se il papa chiede la cessazione delle ostilità, c’è chi in Medio Oriente vede in questo appello una forzatura. Da segnalare, in particolare, la mossa del pontefice riguardo le meditazioni del Venerdì Santo: l’incarico è stato assegnato all’ex custode di Terra Santa, una figura storicamente legata alle comunità cristiane palestinesi. Una scelta che non è passata inosservata, tant’è che il cardinale Pizzaballa ha dovuto ammettere pubblicamente: «Ci sono state delle incomprensioni con le autorità, ora si guardi avanti». Una frase che sa di presa d’atto: la via della pace è lastricata di ostacoli, e la Santa Sede lo sa bene. L’«ultimatum» (come molti hanno già ribattezzato la richiesta papale) sembra dunque avere una data di scadenza, ma nessuno, al momento, può dire se verrà rispettato.




