Landini a Foggia tra i ghetti e campagna per il referendum: “Meloni ha timore di perdere”

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo
INTERNO Preferisci Informazione.News su Google

Redazione Interno Redazione Interno   -   Il calendario degli impegni pubblici del segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, si infittisce in vista della duplice scadenza che vede il sindacato impegnato su due fronti distinti ma ugualmente complessi: da un lato la questione sociale, con la piaga del caporalato e delle condizioni di vita dei lavoratori stranieri in Capitanata, dall'altro la battaglia politica e costituzionale contro la riforma della giustizia voluta dal governo guidato da Giorgia Meloni. Sarà proprio il prossimo 13 marzo, a partire dalle dodici, il momento in cui Landini porterà l'attenzione del sindacato e dei riflettori nazionali sull'insediamento informale di Borgo Mezzanone, a pochi chilometri da Foggia. Quella che comunemente viene chiamata ‘pista’, di fatto il più grande agglomerato di operai stranieri in Italia, rappresenta da anni il simbolo di un'emergenza abitativa e lavorativa mai realmente affrontata. Il leader della Cgil intende fare il punto, denunciando quella che definisce una grande occasione persa, ovvero il mancato superamento di questi ghetti nonostante i fondi stanziati dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, risorse pari a cinquantaquattro milioni di euro su un totale di duecento previsti per interventi di questo tipo, destinati a un'area che, sebbene disti solo dieci chilometri dal capoluogo dauno, ricade amministrativamente sotto la giurisdizione del Comune di Manfredonia.

La polemica politica e il referendum costituzionale

Se la trasferta foggiana serve a riaccendere i riflettori su una delle ferite più profonde del mercato del lavoro italiano, il confronto con l'esecutivo si fa rovente sul terreno della giustizia. La campagna per il referendum confermativo del 22 e 23 marzo, che chiama i cittadini a esprimersi sulla riforma Nordio, è entrata nel vivo e Landini non risparmia colpi all'indirizzo della presidente del Consiglio. In un'intervista rilasciata a Fanpage.it, il segretario della Cgil ha infatti interpretato la discesa in campo della premier – quella stessa Meloni che in precedenza aveva descritto la questione come meramente tecnica – come il sintomo di un nervosismo crescente nella maggioranza. "Hanno qualche timore", ha dichiarato Landini, aggiungendo che la mobilitazione per il No è destinata a culminare il 18 marzo in Piazza del Popolo a Roma, dove il fronte del cosiddetto 'No' si riunirà per la chiusura della campagna referendaria. Il ragionamento del segretario si spinge oltre, sostenendo che il cuore del provvedimento non risieda affatto nel miglioramento dell'efficienza giudiziaria – tema, questo, che riguarderebbe invece le carenze di organico, le assunzioni mancate e gli investimenti in tecnologia – bensì in un disegno volto a limitare l'autonomia e l'indipendenza della magistratura.

Le reazioni e lo scontro sul merito della riforma

Le parole di Landini hanno innescato, come prevedibile, una reazione immediata da parte delle forze politiche di maggioranza, in particolare da Fratelli d'Italia. Il partito della premier, attraverso una nota e un intervento sui propri canali social, ha replicato con durezza, invitando il leader della Cgil a occuparsi delle questioni sindacali – citando tra l'altro il calo di adesioni registrato negli ultimi anni – piuttosto che inventarsi presunte fake news sull'operato del governo. Per i meloniani, l'esecutivo ha semplicemente messo mano a una riforma attesa da decenni, dando seguito a un impegno elettorale. Il dibattito, inevitabilmente, si è acceso anche sul merito della separazione delle carriere e sul nuovo sistema di sorteggio per i componenti dei due Consigli Superiori della Magistratura. In altre iniziative pubbliche, come quella svoltasi a Perugia, Landini aveva già ribadito il concetto cardine della sua campagna: votare No significa, a suo avviso, riaffermare la Costituzione e difendere un equilibrio tra i poteri dello Stato che altrimenti verrebbe alterato, con il rischio concreto di avere una giustizia che si mostra debole con i potenti e, al contrario, eccessivamente dura con i deboli. Per il segretario Cgil, infatti, la riforma costituzionale tocca sette articoli della Carta e nulla ha a che vedere con la soluzione dei problemi strutturali che rallentano i processi e gravano sui cittadini. La posta in gioco, a suo dire, è dunque più alta della semplice modifica tecnica, investendo la natura stessa dei rapporti tra politica e magistratura in un sistema democratico.

Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.