Il batterio della scarlattina non fu portato in America dagli europei, lo rivela il dente di una mummia boliviana del 1300
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Redazione Salute
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Per secoli, la narrazione epidemiologica ha dato per scontato che la scarlattina, insieme ad altre malattie infettive, fosse una “eredità” letale arrivata con le caravelle di Cristoforo Colombo, contribuendo al collasso demografico delle popolazioni native americane. Oggi, un piccolo frammento di smalto e polpa dentaria, custodito per sette secoli in un cranio mummificato naturalmente sull’altopiano boliviano, costringe gli storici e i medici a riscrivere quella che credevamo essere una verità assoluta. Il gruppo di ricerca guidato da Eurac Research di Bolzano, in collaborazione con il Ministero della Cultura boliviano, ha infatti estratto e ricostruito il genoma dello Streptococcus pyogenes – il batterio responsabile della scarlattina – da un dente appartenuto a un giovane vissuto tra il 1283 e il 1383 d.C., dimostrando che il patogeno circolava già nel Sudamerica ben prima di qualsiasi contatto con i colonizzatori europei.
L’archivio segreto custodito nelle torri funerarie delle Ande
La scoperta, pubblicata sulle pagine della prestigiosa rivista *Nature Communications*, ha un valore epistemologico che va ben oltre il singolo reperto, poiché sovverte un paradigma storiografico consolidato. Il dente in questione, proveniente da una mummia conservata al Munarq (Museo nazionale di archeologia di La Paz), apparteneva probabilmente a un giovane di origine indigena – come confermato dall’analisi del Dna mitocondriale – e fu ritrovato in una delle tipiche *chullpas*, quelle torri funerarie in pietra che punteggiano l’altopiano andino. Le condizioni estreme di aridità e freddo di quella regione hanno giocato un ruolo fondamentale nella preservazione del materiale genetico: il Dna del batterio si è mantenuto in uno stato di conservazione sorprendente, permettendo agli scienziati di ricostruire un genoma quasi completo, spinto fino al 99,98% della sua struttura. I ricercatori non stavano cercando specificamente questo agente patogeno; lo hanno incontrato quasi per caso durante un’analisi metagenomica estesa, in cui si esamina l’intero corredo genetico di microrganismi presenti nei resti umani.
Un genoma antico che parla un linguaggio moderno
La ricostruzione effettuata dal biochimico boliviano Guido Valverde e dal suo team ha rivelato somiglianze inaspettatamente profonde tra questo ceppo secolare e quelli che ancora oggi circolano nelle nostre comunità. Attraverso una tecnica definita “assemblaggio *de novo*” – paragonabile al montaggio di un puzzle senza avere l’immagine finale sulla scatola – i ricercatori hanno evitato l’influenza dei riferimenti genetici moderni, riuscendo a mappare varianti antiche che forse non esistono più. Lo studio ha dimostrato che il batterio possedeva già molti dei geni della virulenza necessari per provocare la malattia, sebbene mancasse di alcune esotossine pirogene specifiche che caratterizzano i ceppi contemporanei più aggressivi. Questo dettaglio tecnico è cruciale: mentre la specie batterica *Streptococcus pyogenes* era già stabilmente insediata tra gli indigeni andini, la sua capacità di manifestarsi nella forma classica di “scarlattina con rash” potrebbe essere stata diversa o meno frequente rispetto all’era pre-antibiotica del XIX secolo.
Verso una nuova geografia delle migrazioni batteriche
Le analisi filogenetiche collocano questo ceppo boliviano alla base della diversità moderna dello *Streptococcus pyogenes*, suggerendo che i lignaggi più diffusi oggi si siano differenziati globalmente solo negli ultimi 5.500 anni circa. Questi dati incrociati con altre evidenze – come la presenza del patogeno in Europa e Africa risalente a 4.000 anni fa – alimentano l’ipotesi che l’uomo abbia trasportato il batterio durante le migrazioni attraverso il ponte di terra Beringiano, molto prima delle esplorazioni oceaniche del XV secolo. Per i ricercatori della Eurac, quindi, non solo la scarlattina non fu una “novità” portata dalle navi spagnole, ma la sua presenza tra le popolazioni native implica che queste avessero già sviluppato, nei secoli precedenti al 1492, una qualche forma di risposta immunitaria al patogeno, costringendo a riconsiderare il reale impatto delle cosiddette “malattie della frontiera” sul declino demografico post-coloniale.
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