Nucleare, Ciriani annuncia: “Inevitabilmente si farà un referendum” e il governo accelera sulle centrali di nuova generazione

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il ministro dei Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, ha gettato oggi un sasso negli schemi della politica energetica nazionale. Intervenuto al Festival dell’Economia di Trento, ha dichiarato che “inevitabilmente si farà un referendum” sul ritorno al nucleare in Italia, un’eventualità che il governo intende affrontare senza tentennamenti, come dimostra la responsabilità che lo stesso esecutivo rivendica nell’indicare “le strade da percorrere” per il Paese. In attesa dell’approvazione alla Camera del disegno di legge delega sul nucleare, presentato nell’ottobre del 2025, Ciriani ha sottolineato come le scelte del passato – riferendosi ai referendum abrogativi del 1987 e del 2011 – abbiano portato l’Italia a uscire “frettolosamente” da una risorsa che, almeno nel ragionamento dell’esecutivo, si candida a essere una fonte pulita e strategica per l’autonomia nazionale.

Il cortocircuito democratico della consultazione

Nonostante la consapevolezza della delicatezza politica del dossier – Ciriani stesso lo ha definito un “ragionamento di responsabilità lungimirante ma temo impopolare” –, l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni non intende arretrare di un millimetro. Con una certa stizza retorica, rivolta a chi si oppone per principio, il ministro ha ribadito che “a dire solo no sono tutti capaci”, rivendicando invece il coraggio di fare “le riforme” strutturali. Il riferimento al referendum, in questo contesto, non viene percepito come uno scoglio, ma piuttosto come una tappa obbligata del processo: un passaggio che, nelle parole del rappresentante del governo, servirà a legittimare una scelta che l’esecutivo intende già perseguire attraverso la legge delega, concentrandosi sulle tecnologie di nuova generazione, dalle quali il Belpaese non può più esimersi se vuole allinearsi a nazioni come la Francia.

La vulnerabilità energetica e la svolta di Pichetto Fratin

A dare manforte a questa linea politica, troviamo le parole del ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, che aveva anticipato il tema pochi giorni prima sempre a Trento. I dati sull’attuale fragilità italiana sono impietosi e non lasciano spazio a fraintendimenti: con una dipendenza energetica dall’estero che tocca punte dell’80% (dove si sommano l’import di energia elettrica e il gas per il termoelettrico), ogni minima variazione geopolitica – un “fruscio”, per usare la sua metafora – provoca picchi nei prezzi che le famiglie e le imprese sono costrette a subire passivamente. In questo quadro, le rinnovabili da sole non bastano. Pur riconoscendo i progressi fatti (il sorpasso dei 7 GW annui di nuova capacità installata e il sorpasso delle fonti pulite su quelle fossili nel 2025), Pichetto Fratin spinge per un mix integrato che veda il nucleare sostenibile, in particolare i mini-reattori modulari (Smr), come quell’integratore di potenza necessario a stabilizzare la rete e a rendere l’Italia un hub energetico del Mediterraneo, piuttosto che un semplice terminale di importazione.

La strategia delle piccole centrali e i tempi della burocrazia

L’obiettivo dichiarato, dunque, non è più quello di tornare alle grandi centrali del passato, ma di puntare su impianti modulari che occupano spazi ridotti – un reattore da 300 MW, spiega il ministro, necessita di appena cinquecento metri quadri –, un dettaglio non secondario in un Paese dal valore paesaggistico inestimabile come l’Italia. Tuttavia, la strada verso la produzione è ancora lastricata di procedure. Il disegno di legge attualmente all’esame delle Camere, se approvato entro l’estate (come ha auspicato la premier Meloni), delegherà il governo a scrivere le regole attuative entro un anno, incluso l’istituzione di una nuova Autorità per la Sicurezza Nucleare. Solo allora, dopo l’inevitabile passaggio referendario che Ciriani ha messo in conto, si potrà iniziare a parlare di cantieri, con una finestra temporale che gli esperti spostano realisticamente al prossimo decennio. Intanto, mentre la politica discute, l’Italia continua a importare elettricità prodotta da atomo dai confini francesi e svizzeri, consumando un’energia che decide di non produrre in casa.

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