Google Chrome, quel file da 4 gigabyte nascosto nel pc (e nessuno lo aveva chiesto)
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Redazione Scienza e Tecnologia
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C’è un file di nome weights.bin che, in queste ore, sta facendo il giro delle cronache tecnologiche, e il motivo è presto detto: pesa circa 4 gigabyte e, a quanto pare, se utilizzate Google Chrome, è molto probabile che lo troviate già installato sul vostro computer senza che nessuno ve lo abbia mai esplicitamente chiesto. A sollevare il caso, con la consueta meticolosità che lo contraddistingue, è stato Alexander Hanff, un ricercatore di sicurezza noto nell’ambiente come “That Privacy Guy”; costui ha pubblicato un’analisi tecnica sul suo blog in cui descrive un comportamento del browser che molti, legittimamente, potrebbero definire quantomeno poco trasparente.
Un’installazione silenziosa che solleva più di un dubbio
Il meccanismo, stando alla ricostruzione di Hanff, è tanto semplice quanto subdolo. Il browser, una volta rilevato che il dispositivo dell’utente possiede i requisiti hardware sufficienti, avvia in background il download di un modello di intelligenza artificiale – identificato da molti come Gemini Nano, la versione “leggera” e locale del celebre modello linguistico di Google – archiviandolo poi in una cartella nascosta del profilo utente (`OptGuideOnDeviceModel`). Il problema, o forse sarebbe meglio dire il nodo centrale della questione, risiede nell’assoluta mancanza di comunicazione: non c’è un pop-up, non c’è un interruttore che chiede un consenso informato, non c’è nemmeno una notifica discreta, proprio nulla. E se provate a eliminare manualmente il file – mossa che a molti potrebbe venire spontanea per liberare spazio – sappiate che Chrome, con la stessa discrezione di prima, lo riscaricherà al prossimo riavvio, come se niente fosse.
La risposta di Google e quel particolare che non convince
Di fronte alle critiche, il colosso di Mountain View è intervenuto per chiarire, se non per giustificare, il proprio operato. In una dichiarazione stampa, un portavoce ha spiegato che Gemini Nano è presente su Chrome da circa un paio d’anni – quindi non si tratterebbe di una novità improvvisa – e che il suo scopo è alimentare funzionalità di sicurezza avanzata, come il rilevamento di truffe in tempo reale o strumenti per sviluppatori, senza dover inviare i dati sensibili degli utenti a server remoti. Hanno inoltre tenuto a precisare, forse per rassicurare qualcuno, che da febbraio scorso sarebbe stata introdotta la possibilità, nelle impostazioni del browser, di disabilitare e rimuovere definitivamente il modello, cosa che interromperebbe il ciclo dei continui re-download. Tuttavia, a un’analisi più attenta, la controffensiva di Google mostra una crepa non da poco: se l’opzione per rimuoverlo esiste solo da pochi mesi, e se l’installazione avviene in automatico da anni, significa che per tutto questo tempo gli utenti sono stati esclusi da ogni possibilità di scelta.
Le implicazioni pratiche e il peso di 4 gigabyte “fantasma”
Ma al di là della sottile linea rossa che separa una “funzionalità integrata” da un “software installato senza consenso”, c’è un aspetto molto più concreto che riguarda le risorse del vostro computer. Quattro gigabyte non sono noccioline, soprattutto se si considera la capacità di archiviazione di un portatile moderno, dove ogni megabyte è prezioso. Per un utente con una connessione a consumo, o per chi naviga in posti dove la banda è limitata, un download forzato di queste dimensioni può tradursi in costi reali o in un’occupazione di spazio ingiustificata. E la beffa, a questo punto, è doppia: diverse analisi hanno notato che la funzione più apparativa di Chrome, quella “Modalità AI” che campeggia nella barra degli indirizzi, non usa nemmeno questo modello locale per funzionare, rimbalzando le richieste sui server di Google.
Come rimuovere (davvero) il modello e riprendersi lo spazio
Per chi, a questo punto, volesse liberarsi di questo ingomprante inquilino, la procedura è semplice anche se non esattamente immediata. Aprire Chrome e digitare `chrome://flags` nella barra degli indirizzi è il primo passo: lì bisognerà cercare e disabilitare i parametri relativi a “Optimization Guide On-Device” e alla “Prompt API for Gemini Nano”. Dopo aver riavviato il browser, si potrà procedere alla cancellazione fisica della cartella `OptGuideOnDeviceModel`, che su Windows si trova solitamente nel percorso `%LOCALAPPDATA%\Google\Chrome\User Data\` e su Mac in `~/Library/Application Support/Google/Chrome/`. Una volta eseguiti questi passaggi, il modello non dovrebbe più fare ritorno, restituendovi finalmente il controllo completo su quei quattro gigabyte di spazio che nessuno vi aveva mai detto di aver preso in prestito.




