Sinner e quel momento di down a Doha: nessun allarme, ma la testa è già al Roland Garros

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La sconfitta subita ai quarti dell’ATP 500 di Doha per mano del giovane Jakub Mensik, vent’anni e numero 16 del ranking, ha riacceso i riflettori sul momento di Jannik Sinner. L’altoatesino, che pure aveva dominato la scena per due stagioni con una continuità fuori dal comune, ha lasciato il torneo qatariota dopo una battaglia di due ore e tredici minuti, conclusasi con il punteggio di 7-6 (3), 2-6, 6-3 a favore del ceco -1. Un risultato che, sommandosi alla semifinale persa contro Novak Djokovic agli Australian Open, potrebbe far pensare a una fase di appannamento per il numero due del mondo, ma che lui stesso ridimensiona con la tranquillità di chi, in carriera, ne ha già viste e superate di ben più complicate.

Nel dopo-partita, Sinner non ha cercato alibi, né ha minimizzato la portata dell’eliminazione, preferendo invece inquadrarla in una prospettiva più ampia. Ha parlato di un “piccolo down”, un passaggio fisiologico dopo due anni vissuti a ritmi vertiginosi, fatti di vittorie e di prestazioni sempre al limite della perfezione. La sua analisi è spietatamente onesta: ha ammesso di aver fatto qualche scelta sbagliata nei momenti cruciali, di non essere stato lucidissimo e di aver concesso un break pesante in avvio di terzo set, ma ha contestualmente elogiato la prestazione di Mensik, che nel primo parziale ha servito con una percentuale bulgara. Non c'è rassegnazione, nelle sue parole, ma la consapevolezza che “prima o poi me ne tiro fuori e riparto”, un mantra che ripete quasi per auto-rassicurarsi, forte di un passato in cui ha già dimostrato di saper rialzarsi.

La normalità degli alti e bassi nel tennis che conta

C'è un aspetto, nelle dichiarazioni rilasciate in conferenza stampa e in zona mista, che colpisce per la sua maturità. Sinner non si aggrappa a scuse di natura fisica, anzi, precisa di non aver sofferto particolarmente l’umidità di Doha e di aver avuto qualche problema solo dopo la trasferta australiana, ora rientrato. Ribadisce piuttosto un concetto che può sembrare banale ma che, nel vortice delle aspettative, viene spesso dimenticato: nel tennis, come in ogni sport, si alternano fasi di grazia e periodi di minor brillantezza. Lui li chiama “alti e bassi”, e li considera parte integrante del mestiere, citando quasi a voler sdrammatizzare le difficoltà che hanno attraversato tutti i grandi prima di lui. La fiducia, quella che gli permette di giocare un certo tipo di tennis, non è svanita, assicura; è lì che aspetta solo di essere ritrovata, magari già nei prossimi appuntamenti americani, a Indian Wells – torneo storicamente ostico per lui – e a Miami, dove invece le sue prestazioni sono sempre state di alto profilo.

Il mirino puntato sulla terra parigina

Se Doha rappresenta un intoppo nel breve termine, la bussola di Sinner è già orientata verso l’obiettivo più ambizioso della sua stagione, quell’obiettivo che, se centrato, lo proietterebbe in una dimensione ancora più esclusiva. Parigi, il Roland Garros, è il tassello mancante per completare il Career Grand Slam, un traguardo che l’anno scorso gli è sfuggito per un soffio nella finale più lunga della storia del torneo, persa contro Carlos Alcaraz dopo aver annullato match point. Lui stesso, senza troppi giri di parole, lo indica come “uno dei più grandi obiettivi del 2026”, pur consapevole che la strada è ancora lunga e che prima ci sono tornei su superfici diverse su cui costruire la condizione. È un dichiarazione d'intenti che sposta il barometro delle attenzioni: più che sul risultato immediato, il lavoro del suo team è focalizzato sull'arrivare al massimo della forma sulla terra rossa, aggiustando quei “piccoli dettagli” tecnici e tattici che a Doha non hanno ancora trovato la giusta sintonia.

L'eliminazione in Qatar, insomma, non va letta come un campanello d'allarme, ma semmai come la conferma di un passaggio fisiologico. Sinner ha perso una partita, due se si considera Melbourne, ma il suo sguardo resta proiettato in avanti, verso quella sfida con la storia che lo aspetta a Parigi. La serenità con cui affronta questo momento, la sua capacità di non lasciarsi travolgere dalla narrazione della crisi, sono forse il segnale più rassicurante per chi lo segue. Lui dice di sapere come si fa a tornare, e in fondo, per uno come lui, abituato a trasformare le lezioni in vittorie, credergli è quasi un obbligo.

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